Direttiva Due Diligence: un punto di partenza per una gestione responsabile delle imprese.

Il Parlamento europeo ha approvato il 24 aprile la Direttiva sulla due diligence (o CSDDD = Corporate Sustainability Due Diligence Directive) che impone alle grandi imprese europee e ai loro partner di “prevenire, porre fine o mitigare il loro impatto negativo sui diritti umani e sull’ambiente», a monte e a valle e lungo l’intera catena del valore (fornitura, produzione e distribuzione), al fine di generare effetti positivi anche sui paesi extra-EU in cui le imprese operano attraverso le loro filiere.  La valutazione degli impatti riguarderà schiavitù, lavoro minorile, sfruttamento del lavoro, perdita di biodiversità, inquinamento e distruzione del patrimonio naturale.

Fortemente ridimensionato dal Consiglio, il perimetro della CSDDD – che inizialmente avrebbe coinvolto oltre 16.000 imprese europee – riguarderà circa 5500 aziende di cui oltre 700 in Italia, con applicazione graduale alle grandi imprese UE e a quelle extra UE che raggiungono le stesse soglie di fatturato nell’UE, secondo lo schema seguente:

dal 2027 > imprese con oltre 5.000 dipendenti e un fatturato superiore a 1.500 milioni di euro;

dal 2028 > imprese con oltre 3.000 dipendenti e un fatturato superiore a 900 milioni di euro;

dal 2029 > tutte le altre imprese con oltre 1.000 dipendenti e un fatturato superiore a 450 milioni di euro.

Saranno coinvolte anche le società extra-UE, le società madri e le società con accordi di franchising o di licenza nell’UE che raggiungono le stesse soglie di fatturato nell’UE. Nello specifico, le aziende con accordi di franchising o di licenza nell’UE devono avere un fatturato mondiale superiore a 80 milioni di euro, di cui almeno 22,5 milioni di euro derivati da royalties.

Le PMI non sono direttamente coinvolte dalla direttiva, ma lo sono indirettamente nel caso in cui siano fornitori dei soggetti rientranti nell’obbligo.

Ora il testo dovrà essere votato il 15 maggio dal Comitato dei rappresentanti permanenti dei governi degli Stati membri dell’Unione europea (COREPER), quindi dal Consiglio Competitività (COMPET) il 23 maggio e infine pubblicato sulla Gazzetta ufficiale dell’UE; gli Stati membri dovranno recepire la direttiva nelle legislazioni nazionali entro due anni.

-Perché la Direttiva sarà dirompente.

Si tratta di una norma definita game changer, destinata cioè a cambiare di fatto il modo in cui le imprese esercitano la propria attività nelle value chains globali e a far adottare condotte aziendali più responsabili:

-la due diligence riferita agli obblighi connessi agli impatti negativi sull’ ambiente e i diritti umani non potrà più essere soltanto un’enunciazione di principio da inserire nello scopo della società, ma dovrà essere integrata nelle politiche aziendali in modo da elevarla a obbligo degli amministratori nei confronti di tutti i portatori di interesse legati alla società ossia degli stakeholder;

– il monitoraggio non riguarderà la  sola catena di fornitura (supply chain), come avrebbe voluto durante i negoziati del Consiglio europeo una coalizione di Stati membri formata da Francia, Italia, Spagna e Portogallo, ma si estende all’intera catena del valore (value chain), con cui si fa riferimento alle attività connesse alla produzione di beni o alla prestazione di servizi, compreso lo sviluppo e l’uso e lo smaltimento del prodotto, nonché le attività connesse dei rapporti commerciali stabiliti a monte e a valle della società;

– porterà nel tempo ad un ecosistema economico più consapevole sul fronte delle tematiche ambientali e sociali, con dei confini più chiari riguardo alla responsabilità d’impresa verso l’ambiente e milioni di lavoratori nel mondo, in maniera da prevenire eventuali problemi anche di natura legale.

La Direttiva rientra nel pacchetto normativo che l’UE ha messo in campo in questi anni per accelerare la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio – limitando l’aumento della temperatura globale a 1,5 °C, come stabilito nell’Accordo di Parigi con l’obiettivo della neutralità climatica al 2050 – e più in generale il percorso del sistema economico-industriale verso gli obiettivi di Sviluppo sostenibile, come previsto dalla Strategia europea del Green Deal. Tra i principali interventi ricordiamo:

la Tassonomia delle attività sostenibili (Regolamento UE 2020/852) con il principio DNSH (“do not significant harm”: non arrecare danno significativo agli obiettivi ambientali);

la direttiva 2022/2464/UE (Corporate Sustainability Reporting Directive = CSRD) sull’informativa di sostenibilità delle imprese, e i relativi standard europei di rendicontazione (European Sustainability Reporting Standards = ESRS), entrati in vigore a gennaio 2024 allo scopo di assicurare la qualità e la comparabilità delle informazioni comunicate e l’interoperabilità tra gli standard dell’UE e quelli internazionali;

la direttiva ECGT approvata dal Parlamento europeo a metà gennaio 2024 che integra la Direttiva sulle asserzioni ambientali (Green claims) vietando alcune pratiche ingannevoli e sleali come il greenwashing e l’obsolescenza programmata dei beni, e finalizzata alla responsabilizzazione dei consumatori, nell’attuazione della transizione ecologica, grazie a scelte e acquisti più sostenibili.

Quali obblighi di due diligence per le imprese?

Le aziende dovranno integrare la due diligence secondo le linee guida dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE, Guidelines for Multinational Enterprises on Responsible Business Conduct “Guide Lines RBC”, ultima versione 8 giugno 2023), che forniscono le indicazioni pratiche in termini di sistemi e processi, sia che si tratti di una due diligence product-related, come nel caso del Regolamento UE 2017/821 sui minerali provenienti da zone di conflitto e della proposta di Regolamento Ue su prodotti deforestation-free, o che si tratti di una due diligence company-related, come nel caso appunto della Direttiva in questione (https://single-market-economy.ec.europa.eu/sectors/raw-materials/due-diligence-ready/due-diligence-explained_it)

Di seguito gli obblighi previsti dalla CSDDD:

1.Integrare le politiche aziendali con l’attività di due diligence che dovrà rientrare a pieno titolo nelle decisioni strategiche e nei sistemi di gestione del rischio attraverso una descrizione dell’approccio aziendale, codice di condotta, policy e processi aziendali, con relative misure per verificarne la conformità.

2.Analizzare e identificare gli impatti negativi, effettivi e potenziali, delle proprie attività sui diritti umani e sull’ambiente, al fine di individuare le aree generali in cui è più probabile che si verifichino i maggiori impatti negativi e dando la priorità a lavoro minorile, sfruttamento del lavoro, inquinamento, deforestazione, danni agli ecosistemi.

3.Prevenire o mitigare gli impatti negativi potenziali; eliminare o ridurre al minimo gli impatti negativi effettivi. Sulla base dei risultati delle attività di due diligence, le imprese sono tenute ad adottare adeguate misure preventive o mitigative, sulla base della gravità, della probabilità di accadimento, della priorità e delle misure disponibili all’azienda dei diversi impatti.  Ad esempio: chiedere ai propri partner commerciali diretti garanzie contrattuali del rispetto del codice di condotta aziendale e di un piano d’azione di prevenzione; fornire supporto ai partner commerciali di piccole e medie dimensioni nell’adeguamento alle policy; implementare il proprio piano aziendale di prevenzione con tempistiche ragionevoli e ben definite e indicatori quali-quantitativi per misurare il miglioramento; effettuare investimenti finanziari e non necessari per eventuali adeguamenti degli impianti, della produzione, o di altri processi operativi, ma anche per l’aggiornamento delle strategie e delle operazioni complessive, comprese le pratiche di acquisto, progettazione e distribuzione. Laddove i potenziali impatti negativi non fossero evitati o sufficientemente mitigati da tali misure, le aziende interessate saranno tenute ad astenersi dall’intraprendere nuovi affari con il partner “problematico” e, laddove possibile, a sospendere temporaneamente la loro relazione commerciale (o a terminarla del tutto se il potenziale impatto negativo è grave).

4.Stabilire e mantenere delle procedure per la segnalazione e la gestione dei reclami, conforme alla normativa in materia di whistleblowing, in modo da consentire a tutte le parti interessate di presentare eventuali reclami relativi a presunti impatti negativi delle attività aziendali, garantendo sia interventi tempestivi e adeguati, ma anche misure per prevenire ritorsioni nei confronti di coloro che presentano reclami.

5.Svolgere il coinvolgimento delle parti interessate (dipendenti, sindacati, rappresentanze dei lavoratori, consumatori, organizzazioni della società civile, comunità) mediante consultazioni efficaci e trasparenti.

6.Monitorare e valutare l’efficacia delle misure di due diligence, attraverso verifiche periodiche nelle proprie operazioni e nella catena di valore, al fine di identificare eventuali lacune e apportare gli opportuni miglioramenti.

7.Comunicare la politica e le misure di due diligence in conformità alle disposizioni della Direttiva europea CSRD. L’articolo 15 della CSDDD prevede che le aziende siano tenute a “garantire, attraverso i migliori sforzi, che il modello di business e la strategia dell’azienda siano compatibili con la transizione verso un’economia sostenibile” e ad adottare un piano di transizione per rendere il proprio modello di business compatibile con il limite di 1,5°C di aumento della temperatura media del Pianeta rispetto ai livelli preindustriali, come previsto dagli Accordi sul clima di Parigi. Il piano di transizione climatica richiesto dalla CSDDD dovrà essere riportato nell’informativa di sostenibilità prevista dalla CSRD, secondo seguenti i requisiti di attuazione: un obiettivo intermedio di 5 anni, limitato nel tempo, dal 2030 al 2050, che copra, ove opportuno, le emissioni di gas serra Scope 1, 2 e 3; principali attività pianificate per il raggiungimento degli obiettivi; aspetti finanziari finalizzati a realizzare il piano di transizione; informazioni sulla governance del piano di transizione.

-Competenze e aspetti sanzionatori.

Gli Stati membri sono chiamati ai seguenti impegni:

fornire alle aziende linee guida sui loro obblighi tramite appositi portali e con indicazioni pratiche sui piani di transizione, specifiche di settore, per il coinvolgimento delle parti interessate e la raccolta delle informazioni;

designare le autorità amministrative nazionali con compiti di vigilanza. Le autorità preposte al controllo possono essere le Agenzia del Lavoro, l’Agenzia Europea dell’Ambiente, l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali o altre organizzazioni internazionali con esperienza nella due diligence. Dovranno assicurare che le aziende che ricadono sotto la Direttiva abbiano integrato la due diligence nelle loro politiche, da aggiornare annualmente, che includa una descrizione dell’approccio deciso, del codice di condotta adottato (art.5); abbiano messo in piedi processi specifici per identificare, mitigare, terminare e risolvere impatti avversi, potenziali e/o effettivi, derivanti dalle operazioni a livello diretto e indiretto (art. 6-8); abbiano stabilito un processo di complaints (art.9), monitorino l’efficacia dei loro processi di due diligence e rendicontino in modo trasparente a riguardo (art.10-11). La Commissione Ue istituirà una Rete europea delle autorità di vigilanza, in modo da sostenere la cooperazione tra le autorità nazionali e consentire lo scambio delle buone pratiche;

applicare sanzioni alle imprese responsabili dei danni causati da condotte non conformi, garantendo gli opportuni risarcimenti a chi subisce le violazioni. Tra le sanzioni previste: la pubblicazione degli inadempimenti e il danno reputazionale (naming and shaming), il ritiro dal mercato Ue dei prodotti o una sanzione economica pari ad almeno il 5% del fatturato netto globale.

In aggiunta alle sanzioni, viene introdotta la responsabilità civile per le aziende nel caso in cui avvenga un danno a livello di diritti umani e/o ambiente e sia dimostrato che l’azienda non abbia adempiuto agli obblighi di due diligence previsti e, come conseguenza, abbia fallito nell’identificare, prevenire, mitigare o terminare l’impatto avverso che ha portato al danno. I membri del consiglio di amministrazione sono chiamati alla supervisione delle azioni di due diligence richieste alle aziende, secondo il principio dell’”agire con ragionevole responsabilità”, che richiede un processo continuativo, proattivo e reattivo in grado di consentire l’identificazione, la gestione e il monitoraggio dei rischi e degli impatti lungo la catena di fornitura, come previsto dai Principi guida dell’ONU sulle imprese e i diritti umani (United Nations Guiding Principles on Business and Human Rights= UNGPs). Questi si basano su tre pilastri: il dovere dello Stato di proteggere i diritti umani; la responsabilità delle imprese di rispettare i diritti umani; l’accesso a mezzi di ricorso per le vittime di abusi legati alle imprese (https://www.undp.org/sites/g/files/zskgke326/files/migration/in/UNGP-Brochure.pdf).

I vantaggi di un sistema europeo omogeneo riguardo agli obblighi di diligenza delle imprese.

Nel documento del 23 febbraio 2022, la Commissione esplicita i motivi e gli obiettivi della proposta:

  • Semplificare l’individuazione e l’attenuazione dei rischi legati al rispetto dei diritti umani o agli impatti ambientali, dato il numero rilevante di fornitori nell’Unione e nei paesi terzi e la complessità generale delle catene del valore;
  • Assumersi la responsabilità di parare gli impatti negativi sui diritti dei lavoratori in tutto il mondo;
  • Affrontare le difficoltà nell’applicazione del dovere di diligenza dovute, ad esempio, alla mancanza di chiarezza giuridica, alla complessità delle catene del valore, alla pressione del mercato, alle carenze informative e ai costi;
  • Migliorare gli attuali processi di due diligence basati su norme volontarie che non creano certezza del diritto né per le aziende né per le vittime in caso di danni “…Per lo più le società di grandi dimensioni ricorrono sempre più a processi di diligenza, in quanto possono offrire loro un vantaggio competitivo. Questa linea risponde anche alla crescente pressione esercitata dal mercato sulle società affinché agiscano in modo sostenibile, in modo da poter scongiurare rischi reputazionali indesiderati nei confronti dei consumatori e degli investitori, sempre più consapevoli degli aspetti legati alla sostenibilità. Tuttavia tali processi si basano su norme volontarie e non creano certezza del diritto né per le società né per le vittime in caso di danni…”
  • Superare l’approccio non coordinato tra gli Stati membri e la frammentazione con il rischio di compromettere la certezza del diritto e la parità di condizioni per le aziende nel mercato unico, ma anche per le società di paesi terzi che operano nel mercato dell’Unione, sulla base di un analogo criterio di fatturato.

La presente direttiva definirà una disciplina trasversale per le società attive nel mercato unico che:

  • migliorerà le pratiche di governo societario per integrare meglio nelle strategie aziendali i processi di gestione e attenuazione dei rischi e degli impatti sui diritti umani e l’ambiente;
  • permetterà di avere un quadro giuridico armonizzato nell’UE, creando certezza del diritto per le società e i portatori di interessi per quanto riguarda la condotta e la responsabilità attese;
  • aumenterà la responsabilità delle società per gli impatti negativi e garantirà coerenza alle società per quanto riguarda gli obblighi in materia di condotta d’impresa responsabile;
  • agevolerà l’accesso ai mezzi di ricorso per i soggetti interessati dagli impatti negativi della condotta delle imprese sui diritti umani e sull’ambiente.

Inoltre, l’effetto combinato tra gli obblighi imposti dalla CSRD sull’informativa di sostenibilità a partire dal 2024 e quelli che deriveranno dall’emanazione della CSSD porterà le imprese ad avviare un percorso di implementazione di modelli aziendali di corporate sustainability e governance che dovrebbe tradursi anche in:

– un aumento della fiducia dei clienti e dell’impegno dei dipendenti;

-una maggiore attrattività per talenti, investitori orientati alla sostenibilità e committenti pubblici. In particolare, si delinea un assetto di governance che funge da stimolo e azione di controllo da parte degli investitori istituzionali (come fondi pensione, compagnie assicurative e fondi sovrani) che hanno un’influenza significativa sulle imprese in cui investono attraverso il loro potere di voto nelle assemblee degli azionisti e il peso finanziario;

-una migliore tutela dei diritti umani e dell’ambiente, più elevati investimenti sostenibili, un miglioramento delle condizioni di vita delle persone nei paesi in via di sviluppo.

-Il difficoltoso iter approvativo e la versione finale “annacquata”.

“Impresa2030, Diamoci una regolata” è una campagna promossa da un network di Ong storicamente impegnate nella difesa dei diritti umani (ActionAid Italia, Equo Garantito, Fair, Focsiv, Fondazione Finanza Etica, Human Rights International Corner, Mani Tese, Oxfam Italia, Save the Children e WeWorld) che dal 2021 è in campo per promuovere una nuova cultura di impresa e un sistema economico e finanziario coerenti con gli obiettivi dell’Agenda 2030 e degli Accordi di Parigi sul clima. Il suo co-portavoce, Giosuè De Salvo, ha definito l’approvazione della Direttiva “un passo avanti storico, ma lungi dall’essere una vera vittoria per le vittime e i loro sostenitori”.  “Il testo approvato”, ha specificato De Salvo, “è il risultato di una estenuante negoziazione della presidenza di turno belga con alcuni Stati Membri, tra cui Germania, Italia e Francia, che ha determinato gravi lacune e limitazioni rispetto alla versione approvata il 14 dicembre 2023 in sede di Trilogo”. Il compromesso raggiunto prevede:

-una riduzione di circa due terzi del numero delle società in obbligo, innalzando le soglie ad aziende con almeno 1.000 dipendenti (e non più 500) e con ricavi superiori a 450 milioni di euro (e non più 150 milioni). Sono state eliminate anche le soglie più basse che erano state introdotte per i settori ad alto rischio;

-l’introduzione graduale della direttiva, a partire dalle aziende più grandi nel 2027;

-l’eliminazione dell’obbligo, per le imprese soggette, di promuovere l’attuazione dei piani di transizione climatica anche tramite incentivi finanziari;

-la rimozione delle responsabilità in capo agli amministratori aziendali;

-la limitazione della responsabilità delle imprese per la filiera a valle al solo caso di rapporti commerciali diretti (eliminato il riferimento ai rapporti commerciali indiretti e al fine vita dei prodotti).

Il 1 giugno 2023, il Parlamento europeo aveva votato in plenaria alcuni emendamenti, tra cui quello relativo alla cancellazione dell’articolo 26, che stabiliva l’obbligo per gli amministratori delle società di istituire e sorvegliare l’attuazione di processi e misure di diligenza in materia di diritti umani e ambiente e di adeguare di conseguenza la strategia aziendale. Gli amministratori, però, rimangono comunque responsabili della supervisione degli obblighi richiesti dalla CSDDD relativamente ai cambiamenti climatici (Articolo 15). Inoltre, lo stesso articolo emendato prevedeva che i manager aziendali ricevessero una remunerazione variabile anche in base al raggiungimento degli obiettivi climatici indicati nei piani aziendali di transizione, cosa che avrebbe incentivato ulteriormente l’adozione di pratiche sostenibili.  A febbraio 2024, dopo un lungo iter comunitario con l’accordo dello scorso 14 dicembre nei triloghi interistituzionali, c’è stato il dietrofront con l’astensione di Germania, Francia e Italia. Le grandi associazioni industriali europee, come la BDI in Germania, il Medef in Francia e Confindustria in Italia si sono infatti schierate contro la direttiva, ritenuta dalla stessa Confindustria per l’Europa “macchinosa e ingestibile”, per gli enormi carichi burocratici che avrebbe comportato sulle imprese e sulla competitività europea.

L’eurodeputata finlandese Heidi Hautala, vice-presidente del Parlamento Europeo, ha criticato il comportamento del Consiglio e degli Stati Membri per non aver rispettato “il bilanciato compromesso dello scorso dicembre”, mentre Aruna Kashyap, direttrice associata per la responsabilità d’impresa dell’associazione Human Rights Watch ha richiamato il crollo del 2013 in Bangladesh del Rana Plaza, l’edificio che ospitava sei fabbriche di abbigliamento per grandi marchi occidentali:  “L’undicesimo anniversario del disastro del Rana Plaza è un triste promemoria del perché una legge sulla due diligence è attesa da tempo. Il voto del Parlamento europeo invia un messaggio forte: l’UE non dovrebbe più permettere alle grandi aziende di farla franca con gli abusi dei diritti umani e dell’ambiente”.

Rimane comunque l’auspicio che la Direttiva porti a dei passi in avanti a livello di governance aziendale, con effetto a cascata anche per le società che per ora non rientrano nell’ambito di applicazione.

– Il Quaderno di Equo Garantito “Imprese e sostenibilità: il cammino verso il dovere di diligenza

Equo Garantito è l’associazione di categoria delle organizzazioni italiane di Commercio Equo e Solidale. Da 20 anni rappresenta nel Paese, nella società civile, con i media e le istituzioni, le esperienze e la cultura dei suoi Soci: organizzazioni non profit che promuovono i prodotti e i principi di un’economia di giustizia fondata sulla cooperazione e su relazioni paritarie tra i soggetti della filiera. Nel 2022 ha pubblicato un Quaderno (www.equogarantito.org/documenti/) in cui viene illustrato il contesto giuridico in cui è nata la proposta di Direttiva: dai Principi Guida ONU che riflettono standard internazionali, seppure di natura non vincolante, all’Agenda ONU 2030 che mette al centro l’inclusione e pone l’accento sull’equità e la non discriminazione (claim del progetto: “Leave no one behind”: Non lasciare nessuno indietro).

Il Quaderno si sofferma su settori industriali ad alto impatto in cui le violazioni dei diritti umani e i danni all’ambiente sono sistematiche, come il tessile, l’estrattivo (attività di estrazione di materie prime, dall’agricoltura di carattere industriale al settore minerario, degli idrocarburi e dei materiali per l’edilizia), l’agroalimentare. Per quanto riguarda il settore finanziario, il riferimento ai doveri degli amministratori e in particolare il legare la remunerazione variabile a obiettivi sociali o ambientali è centrale anche nelle richieste delle organizzazioni della società civile. Nel frattempo, purtroppo, la Direttiva ha cambiato nome, passando da Sustainable Corporate Governance a Corporate Sustainability Due Diligence, e degli obblighi a carico degli amministratori non si parla quasi più. Secondo la rete europea della società civile Finance Watch “la Commissione Europea ha ceduto alla pressione delle lobby e ha indebolito le proposte sui doveri degli amministratori e sull’allineare la parte variabile della remunerazione degli amministratori a obiettivi di sostenibilità”.

Questo documento è frutto di un lavoro collettivo reso possibile grazie al contributo delle organizzazioni aderenti alla campagna “Impresa2030 – Diamoci una regolata!” , nata nel 2021 con due mission di fondo: promuovere un percorso di comunicazione e sensibilizzazione su un tema molto poco conosciuto, soprattutto in Italia, e fare pressione su europarlamentari e ministeri competenti affinché il testo definitivo andasse nella direzione auspicata. Il contesto italiano era e resta particolarmente ostico, a causa della scarsa cultura sul tema e anche per il contesto di contaminazione ambientale cui sono esposte molte comunità, ree di vivere in territori in cui lo sviluppo industriale del secolo scorso ha lasciato in eredità gravi compromissioni (42 Siti Nazionali -SIN e più di 35.000 Siti Regionali – SIR che devono essere bonificati a causa delle conseguenze sanitarie delle attività industriali). Dall’uscita della proposta di Direttiva molte organizzazioni della società civile europea hanno messo in campo percorsi di confronto, proposta e comunicazione, arrivando a creare a Settembre 2022 una rete di più di 100 organizzazioni della società civile, campagne e sindacati, che ha lanciato Justice is Everybody’s Business (La giustizia è affare di tutti), una campagna europea di comunicazione e pressione per una due diligence che costringa davvero le imprese a rendere conto della propria azione, per svincolare l’azione politica dei rappresentati istituzionali dagli interessi di chi fa business.

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