ENERGIE RINNOVABILI, SUOLO E PAESAGGIO
–La situazione delle rinnovabili in Italia
Il Rapporto Ambiente 2023 del SNPA, il Sistema Nazionale per la Protezione dell’ Ambiente composto da Ispra e dalle Agenzie ambientali Arpa/Appa, delinea un quadro nazionale fatto di trend positivi, come l’aumento negli anni della produzione di energia da fonti rinnovabili e buoni livelli di raccolta differenziata dei rifiuti, ma anche di criticità, riguardanti in particolare la situazione delle emissioni di gas serra e il consumo di suolo. Gli indicatori impiegati nel Rapporto richiamano gli obiettivi fissati dal Green Deal europeo, dall’Agenda 2030, dalla Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile e dall’Ottavo programma d’azione ambientale; segnalano, purtroppo, che in Italia nel 2021 i gas serra hanno visto un incremento dell’8,5% rispetto all’anno precedente, mentre il consumo di suolo dal 2006 al 2022 è aumentato di oltre 120.000 ettari. L’urgenza per il nostro Paese è, in primis, migliorare la qualità dell’aria e ridurre in maniera drastica i livelli dei principali inquinanti per allinearci a quanto raccomandato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e per contrastare quello che il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres definisce “collasso climatico”.
Serve investire su quelle tecnologie che, al momento, consentono di avviare la transizione energetica in maniera veloce e a basso costo: invece di concentrarsi su progetti fuori tempo, come l’“Italia hub del gas” (che non si capisce a quali mercati sia rivolto nei prossimi anni…), occorre puntare sulle fonti rinnovabili, non solo fotovoltaico ed eolico, ma anche il solare termico, l’idroelettrico, le biomasse sostenibili e a filiera corta, il geotermico. Soluzioni che, in Italia, potrebbero trovare applicazioni in breve tempo e a costi contenuti.
Da questa analisi escludiamo l’energia nucleare, in quanto – pur producendo emissioni di CO2eq inferiori a tutte le altre fonti considerate – si presenta come una strada non percorribile per una serie di motivi, come gli impatti dovuti alle “radiazioni ionizzanti”, lo smaltimento delle scorie radioattive, gli alti costi iniziali e le tempistiche di avviamento troppo dilatate per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 in quelle nazioni che ad oggi non hanno impianti già in funzionamento.
L’espansione del mercato delle rinnovabili, nonostante la frenata a causa della pandemia da Covid-19, ha segnato nel 2021 una ripresa grazie alla crescita delle nuove installazioni a livello sia mondiale sia europeo, portando l’Europa ad essere prossima al traguardo dei 700 GW.
In occasione della COP28 di Dicembre 2023, tutti i paesi del mondo hanno sostenuto l’obiettivo di triplicare la capacità di energia rinnovabile globale e raddoppiare l’efficienza energetica entro il 2030, uno sforzo enorme che vorrebbe dire concretamente collegare alla rete un pannello solare per ogni abitante del mondo e una turbina eolica ogni 50.000 persone nel giro di pochi anni, oltre che una massiccia conversione alle auto elettriche e alle pompe di calore, che consumano in entrambi i casi circa due terzi di energia in meno rispetto a quelle alimentate a combustibili fossili.
L’Italia, per raggiungere i propri target entro il 2030, dovrebbe installare almeno 60-65 GW di nuova capacità produttiva da fonti rinnovabili. Sulla base dei dati di Terna, la nuova capacità di rinnovabili installata in Italia durante il 2021 è stata di 1.351 MW, con un incremento complessivo delle installazioni pari al +70% in termini di potenza rispetto al 2020 (790 MW), portando il Paese a superare la soglia dei 60 GW di rinnovabili complessivi. L’aumento è stato trainato dal fotovoltaico, seguito dall’eolico che ha registrato la crescita più marcata e dall’idroelettrico con una crescita più modesta.
Oltre alle nuove installazioni, vanno considerati anche i progetti di repowering e revamping che, tramite interventi di rifacimenti e potenziamenti, hanno consentito di mantenere o incrementare la potenza dei vecchi impianti fotovoltaici ed eolici senza la necessità di occupare ulteriore suolo. Un altro settore con grande potenziale è rappresentato dall’agrivoltaico, che ha l’obiettivo di far coesistere sulla stessa area attività di agricoltura e/o allevamento e generazione da fonte fotovoltaica anche grazie al supporto di tecnologie come moduli ad inseguimento e sistemi di monitoraggio.
Infine, tra le installazioni vanno annoverate le Comunità Energetiche, basate su impianti fotovoltaici di potenza media di 40 kW a progetto, destinate all’autoconsumo, ma che -grazie al recepimento della direttiva europea RED II – possono ora estendersi anche a soggetti industriali e commerciali.
Considerando che i target europei relativi alle rinnovabili sono stati incrementati durante il 2021 con il pacchetto «Fit for 55%» per il raggiungimento dell’obiettivo fissato Green Deal di ridurre le emissioni in Europa almeno del 55% entro il 2030, gli sforzi da compiere per l’Italia saranno notevoli sotto vari punti di vista: sono necessari una programmazione integrata a livello temporale e geografico tra operatori e istituzioni e anche ingenti investimenti, che oscillano tra i 40 e 50 mld al 2030, per i nuovi impianti, oltre a quelli necessari per gli accumuli e il potenziamento/miglioramento delle infrastrutture di rete.
-Il quadro normativo italiano
A seguito dei nuovi obiettivi europei, non solo i target nazionali dovranno essere rivisti al rialzo, ma si dovrà affrontare quanto prima anche la questione dell’aggiornamento normativo in tema di installazioni e autorizzazioni. La principale critica, sollevata dal mondo degli operatori, riguarda la mancanza di un approccio sistemico al tema: l’attuale modo di procedere per decreti (Semplificazioni, Semplificazioni bis, DL Energia) comporta il rischio di tralasciare vari aspetti, come nel caso di richieste di connessione alla rete degli impianti già autorizzati.
Vediamo in sintesi i principali riferimenti normativi per l’Italia:
- PNIEC (Piano nazionale integrato Energia e Clima)
E’ lo strumento strategico previsto dall’UE per definire le politiche e le misure nazionali per il raggiungimento degli obiettivi previsti dall’Accordo di Parigi. La revisione in corso dei Piani Nazionali da parte della Commissione europea prevede di aumentare gli impegni sulla base di un obiettivo di riduzione dei gas serra (GHG a livello UE) del 55% al 2030 rispetto al 1990, come previsto dal pacchetto legislativo ‘Fit for 55’. A fine Dicembre ’23 la valutazione complessiva dei Piani presentati da 21 paesi indica che l’azione degli Stati Membri non è sufficiente e, pertanto, non è allineata all’obiettivo di neutralità climatica al 2050. Nello specifico, l’Italia dovrà mettere in campo ulteriori politiche e misure economicamente efficienti per accelerare le azioni di mitigazione nei settori di competenza nazionale, come trasporti, civile, agricoltura e, soprattutto, dovrà definire un quadro regolatorio funzionale al massimo sviluppo delle rinnovabili. All’Italia sono state fatte le seguenti raccomandazioni:
-indicare gli obiettivi specifici per lo stoccaggio di energia e per lo sviluppo dei sistemi che favoriscano l’integrazione tra le reti e la flessibilità nella gestione del sistema elettrico;
-completare la valutazione del fabbisogno finanziario per la transizione energetica, con maggiori informazioni circa i fondi disponibili (contributi, prestiti, assistenza tecnica, garanzie pubbliche e fonte di finanziamento, fondi pubblici ecc.);
-fornire maggiori dettagli sugli impatti macroeconomici e le conseguenze sociali e sul lavoro delle misure previste dal Piano, specificando le forme di supporto, i gruppi di individui interessati e le risorse dedicate in maniera coerente con i Piani di Giusta Transizione.
Il Piano prevede un target di 138 GW di capacità di generazione da impianti rinnovabili al 2030, di cui 80 GW di fotovoltaico e 28 GW di eolico. Sul sito del MASE (Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica) si è tenuta fino allo scorso 31 marzo la consultazione pubblica per l’aggiornamento del PNIEC; la versione definitiva di aggiornamento del Piano per la Commissione europea è prevista entro il 30 giugno 2024.
ECCO Climate, il think tank italiano e indipendente dedicato alla transizione energetica e al cambiamento climatico, ha presentato un documento molto puntuale in cui in sostanza si spiega come il PNIEC, affinchè possa diventare un piano realistico e concreto da realizzarsi entro i tempi previsti, necessiti di elementi abilitanti (“le dimensioni trasversali del piano”), ovvero la governance, la finanza e la dimensione sociale. Questi devono essere accompagnati dalla quantificazione della spesa pubblica prevista e della presenza di meccanismi per la valutazione dell’efficacia degli incentivi; da una strategia finanziaria per colmare il gap degli investimenti necessari, sia attraverso la proposta di strumenti tariffari e fiscali per la loro sostenibilità nel tempo sia attraverso l’attivazione della leva degli investimenti privati. Il PNIEC, infine, dovrebbe trovare una collocazione nell’ordinamento giuridico incardinato ai più alti livelli decisionali, come ad esempio una delibera del Comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile (CIPESS) a valle dell’esame Parlamentare. Per i dettagli: https://eccoclimate.org/wp-content/uploads/2024/02/PNIEC_un-piano-per-l-azione_technical-report.pdf
Nel processo in corso di aggiornamento del Piano –come ha dichiarato il ministro dell’Ambiente e della sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin a fine aprile, durante la Planet Week per il G7 Ambiente Clima ed Energia di Torino, – si introdurranno analisi di scenario contenenti una possibile quota di energia prodotta da fonte nucleare nel periodo 2030-2050, in quanto, secondo l’opinione del ministro “…Il fotovoltaico produce di giorno, l’eolico se c’è vento, di gas e petrolio ne abbiamo poco, con l’idrogeno possiamo arrivare a fare qualcosa, ma per dare continuità non c’è altra scelta che il nucleare”. In realtà, sul nucleare sostenibile o di nuova generazione le perplessità in campo scientifico restano e i nodi da affrontare saranno parecchi, dal tipo di tecnologie da avviare, alla quantità da produrre, agli aspetti giuridico-normativi, visto che il nucleare in Italia è stato bocciato dal referendum del 2011.
Direttiva RED II sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili
Il recepimento di questa direttiva europea attraverso il d.lgs. 199/2021 ha reso meno stringenti i requisiti di dimensionamento degli impianti rinnovabili e ha introdotto alcune novità:
– In tema di procedure autorizzative, codici e regolamentazione tecnica, il decreto dettaglia le modalità di identificazione delle Aree Idonee e le relative autorizzazioni per impianti a fonti rinnovabili. Negli allegati, si trovano le disposizioni per la semplificazione delle procedure per l’installazione di impianti per le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica negli edifici, ed i requisiti minimi per gli impianti a fonti rinnovabili per il riscaldamento e il raffrescamento. Le tipologie di procedura di autorizzazione sono state ridotte a quattro (la Comunicazione di edilizia libera, la Dila, la PAS e l’Autorizzazione Unica) al fine di superare la difficoltà legate a processi autorizzativi diversi da regione a regione.
-Sono stati riordinati i meccanismi di incentivazione e introdotte novità normative per aste, registri e comunità energetiche: riguardo queste ultime, viene ampliata la fattispecie di attori che possono partecipare alle comunità di energia rinnovabile (con l’introduzione, ad esempio, degli enti religiosi e del terzo settore), viene consentita l’adesione di impianti già esistenti (per un quota non superiore al 30% della potenza complessiva) e di impianti collocati presso edifici o in siti diversi da quelli ove l’autoconsumatore opera.
- PNRR (Piano nazionale di Ripresa e Resilienza)
La componente C2 della Missione «Rivoluzione verde e transizione ecologica» del PNRR dedica 25,36 miliardi di euro ai temi di energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile. In particolare, sono quattro le aree di intervento legate all’incremento della quota FER: lo sviluppo dell’agro-voltaico (1,1 mld€), le Comunità Energetiche nei piccoli Comuni (2,2 mld€), la promozione di impianti innovativi (0,68 mld€) e lo sviluppo del biometano (1,92 mld€).
Un problema da affrontare con urgenza riguarda i bandi PNRR, che al momento si rivolgono principalmente a soggetti privati o alla Pubblica Amministrazione, mentre sarebbe opportuno un maggiore coinvolgimento dei soggetti energy per coordinare meglio la progettazione.
- PNACC (Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici)
Dopo lunghi anni di attesa, con il decreto n°434 del 21 dicembre 2023 è entrato in vigore il PNACC, uno strumento fondamentale per integrare a livello nazionale e locale le politiche di contrasto agli impatti della crisi climatica. Il territorio italiano, oltre a trovarsi nell’area mediterranea particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici, è, soggetto ai rischi naturali (dissesto, alluvioni, erosione delle coste, carenza idrica), oggi notevolmente amplificati dall’aumento delle temperature e dall’intensificarsi di eventi estremi connessi ai cambiamenti climatici (siccità, ondate di caldo, venti, piogge intense, ecc.), con impatti economici, sociali e ambientali di particolare gravità. Per dare immediata e piena attuazione al Piano, occorre che il Governo crei in tempi brevissimi una struttura di governance adeguata, oltre che definire con quali coperture finanziarie sostenere le singole azioni, non solo attraverso fondi europei ma con altre soluzioni continuative come l’utilizzo degli strumenti fiscali ambientali.
Quello che ci sembra davvero prioritario è una legge “clima”, che consenta l’applicazione integrata dei Piani attuativi nazionali del PNIEC e del PNACC, sia per rispondere alle emergenze del paese, sia per orientarne lo sviluppo economico in osservanza dell’art. 41 della Costituzione italiana, secondo cui l’iniziativa economica non può svolgersi in modo da arrecare danno all’ambiente e dunque alla salute, e dell’art. 9, che dispone come la tutela ambientale debba essere realizzata nell’interesse delle future generazioni.
- Incremento delle fonti rinnovabili: gli ostacoli da affrontare
Le prove condotte con la metodologia del “Life Cycle Assessment” sull’intero ciclo di vita delle tecnologie per le rinnovabili, come i moduli fotovoltaici e turbine eoliche, dimostrano che gli impianti FER (fonte di energie rinnvabili), pur avendo comunque un impatto in termini di emissioni, sono un’alternativa nettamente migliore rispetto alle fonti fossili tenendo in considerazione la CO2eq emessa sia in fase iniziale di produzione e trasporto che in quella intermedia di utilizzo. Per la gestione del fine vita (End of Life) di questi dispositivi si stanno sviluppando diverse possibilità, supportate dalla normativa dell’Unione Europea in base alla quale, nella “gerarchia dei rifiuti”, prevenzione e riutilizzo sono le alternative preferibili, seguite da repurpose e riciclaggio.
Secondo i dati del Renewable energy report 2024, elaborato dal team multi-disciplinare “Energy & Strategy” della School of Management del Politecnico di Milano, a fine 2023 in Italia ci sono complessivamente circa 69 GW di rinnovabili installate, con il fotovoltaico che ha superato i 30 GW e ha circa 370.000 impianti perlopiù di piccola taglia (inferiore ai 20 kW) e l’eolico poco sopra i 12 GW. I valori fatti registrare nel 2023 sono tuttavia ancora inferiori, soprattutto per l’eolico, al tasso di installazioni che servirebbe per raggiungere i target del PNIEC, che prevede di raggiungere 108 GW complessivi tra fotovoltaico ed eolico al 2030.
I principali ostacoli da affrontare per poter aumentare le installazioni e le ristrutturazioni di impianti rinnovabili già esistenti sono di diversa natura:
- normativo-regolatori (iter burocratici e tempi dilatati per ottenere le autorizzazioni; attesa dei decreti attuativi dei recenti provvedimenti). I problemi legati alle autorizzazioni degli impianti FER determinano anche una bassa partecipazione alle aste e ai bandi, riducendone la loro efficacia;
- sostenibilità economica degli investimenti, compresa l’incertezza sull’andamento futuro dei prezzi delle fonti energetiche dovuta alla volatilità dei mercati;
- difficoltà nell’adeguamento del sistema elettrico nel suo complesso;
- alcuni problemi tecnici per l’eolico e il solare: l’incostanza, dovuta a mancanza di vento e cielo coperto, che rende necessario affiancare a queste “rinnovabili intermittenti”, in contrapposizione con le “programmabili” come le biomasse o l’idroelettrico con la diga, dei sistemi che garantiscano la continuità di fornitura; la bassa densità energetica, che richiede ampie estensioni di terreno per produrre l’energia a differenza degli idrocarburi o del nucleare che la condensano in spazi molto più compatti. In un Paese come l’Italia, con spazi già fittamente occupati dalle attività antropiche da un lato, e un patrimonio paesaggistico-naturale da tutelare dall’altro, è un bel dilemma…
- La tutela del suolo e del paesaggio
Nei primi due mesi del 2024 il Mase ha ricevuto 168 richieste di Valutazione d’impatto ambientale (Via) relative a progetti di parchi eolici e impianti fotovoltaici a terra, per un totale di 8.378 MegaWatt (MW) pari al 56% dei 15 GigaWatt fissati dal Pniec come obiettivo da raggiungere entro il 2025. Poco più del 50% dei progetti proposti sono parchi solari a terra, mentre il resto è rappresentato da pale eoliche (513), richieste che riguardano perlopiù Puglia, Sardegna e Sicilia. Come ha scritto in diversi articoli su Altreconomia il prof. Paolo Pileri, ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano, le domande presentate in questi soli due mesi potrebbero consumare tra i cinquemila e gli ottomila ettari di terreno, a seconda della disposizione più o meno fitta dei pannelli, a cui aggiungere almeno altri 2-300 ettari e circa 513mila metri cubi di cemento necessari per le fondazioni delle pale eoliche. Tutto questo rappresenta più del consumo di suolo di un intero anno in Italia, senza contare gli altri impatti su paesaggio, mobilità ecologica e biodiversità. E, non ultimo, gli aspetti sociali: i terreni saranno sottratti all’agricoltura, a contadini e pastori. Secondo Pileri, l’emergenza climatica chiede di ottenere una grande potenza energetica da rinnovabili in pochi anni e questo mette a rischio la tutela del suolo; ma soprattutto, il rischio è di mettere in contrapposizione due bisogni primari come il cibo e l’energia.
Il grande limite è che manca un piano nazionale omogeneo e integrato che stabilisca le aree idonee e quelle non idonee in cui installare gli impianti, soprattutto quelli di grandi dimensioni, con particolare riferimento alla protezione delle aree agricole. Questa mancanza di ordine e chiarezza porta conflitti di competenza tra le istituzioni, oltre che frenare l’installazione degli impianti.
Da più parti si suggeriscono alternative di buon senso: tenere il fotovoltaico il più possibile lontano dai terreni produttivi e optare per l’installazione su coperture di edifici, parcheggi e aree industriali dismesse; sui suoli inquinati – che potrebbero essere bonificati grazie alle risorse generate con la produzione di energia – e sulle aree demaniali, dove ci sono parecchi ettari di suolo già impermeabilizzato, facendo attenzione però a tutelare le aree di pregio storico e architettonico. Non tutti i suoli sono uguali, in alcuni casi l’installazione di un impianto fotovoltaico non altera i servizi ecosistemici e in altri li può persino migliorare, riducendo il rischio di erosione del suolo o creando habitat adatti per gli insetti impollinatori.
Per quanto riguarda i sistemi agrovoltaici, cioè gli impianti che integrano in maniera organica la produzione agricola, in cui i pannelli vengono usati per proteggere le colture dalla grandine o da un irradiamento solare eccessivo, vanno realizzati su misura, recuperando suoli poco produttivi o non particolarmente redditizi.
L’urgenza della crisi climatica, che ha portato l’UE a mettere in campo la strategia del Green Deal per la transizione ecologica verso la decarbonizzazione e a richiedere nuovi impianti per le rinnovabili, sta mettendo di fronte al rischio di creare ulteriori impatti su suolo e paesaggio, anche a causa di una concezione giuridica unitaria dell’”ambiente” inteso come habitat, ovvero come condizioni esterne che consentono la migliore sopravvivenza della specie umana. Questa è l’opinione prevalente presso gli scienziati ambientali e la stessa Unione europea, che in nome di uno sviluppo sostenibile non chiaramente definito, potrebbe andare nella direzione di un ambientalismo industriale opposto a uno sviluppo locale autentico e alla tutela paesaggistica.
Ci troviamo di fronte a un’idea di ambiente che fa prevalere la visione oggettiva delle proprietà fisico-chimiche delle risorse naturali e dei loro effetti biologici sull’ecosistema rispetto a una visione più soggettiva e culturale che riconosce l’importanza anche delle forme del territorio e dell’elemento estetico del paesaggio, con inevitabili conseguenze sul piano della tutela giurisdizionale. La Corte di giustizia dell’Unione europea ha avuto modo di recente di ammettere la distinzione giuridica tra ambiente – materia nella quale l’Unione ha una sua propria competenza – e paesaggio – materia nella quale, invece, l’Unione è priva di una sua competenza; la giurisprudenza italiana, dal canto suo, ha il compito di bilanciare i concetti-valori-interessi in gioco, da un lato la lotta al cambiamento climatico globale e dall’altro la tutela dei paesaggi italiani e delle loro radici culturali, legate alla terra, alle filiere eno-gastronomiche di eccellenza, ai mestieri tradizionali, agli antichi borghi.
La tutela del paesaggio è prevista dall’art. 117 Cost. e anche da obblighi internazionali, come la Convenzione europea sul paesaggio.
Piuttosto che avere un centro unico decisionale, è fondamentale operare nelle amministrazioni locali mettendo a confronto i vari centri di competenza -l’urbanistica/governo del territorio, l’ambiente/ecosfera, il paesaggio – in modo da raccogliere vari punti di vista e, soprattutto, consentire agli enti di “tutela” di mantenere un’equidistanza dalle questioni politiche locali.
Maurizio Ori, architetto e paesaggista AIAPP ( Studio O+A Ori Arienti, www.oristudio.com) che si occupa di progettazione integrata tra paesaggio, energia, ambiente ed architettura, ritiene che sia fondamentale risolvere il conflitto in corso tra la lotta al cambiamento climatico e la tutela del paesaggio attraverso una grande pianificazione paesaggistica non solo alla scala nazionale, ma anche a quella regionale. Tale pianificazione necessita di essere recepita all’interno dei piani paesistici regionali, attraverso la definizione delle aree vocate. In questo modo sarà possibile non solo pianificare alla scala territoriale le aree più adatte, ma anche valutare in maniera più appropriata gli impatti, indirizzando le comunità locali verso progetti compatibili dal punto di vista paesaggistico e individuando uno strumento giuridico – già in alcune regioni – convenuto con gli enti preposti alla tutela del paesaggio (Ministero dei Beni Culturali).
Si tratta di una sfida difficile ma necessaria per evitare di trasferire a livello comunale i conflitti, producendo uno stallo tra oppositori e favorevoli. Pertanto, è necessario un processo complessivo che introduca dapprima una pianificazione urbanistica e paesaggistica supportata da specifiche linee guida, redatte in maniera coerente ai diversi contesti paesaggistici locali.
Il progetto di paesaggio si configura come la sintesi tra ingegneria, produzione energetica, architettura, paesaggio e tutela della biodiversità. Una strategia simile è stata adottata dal Governo Regionale Catalano nella pianificazione dell’agrovoltaico con specifiche indicazioni urbanistiche, modalità di intervento e fasce tampone per la valorizzazione dei servizi ecosistemici e della biodiversità, con l’obiettivo finale della tutale del paesaggio agrario. In questo caso i risultati appaiono interessanti, specialmente se si considera che sono stati introdotti da architetti del paesaggio che hanno avuto la capacità di proporre soluzioni emblematiche e qualitative, fornendo al contempo garanzie di operatività in tempi certi e definiti.
“Nelle nostre esperienze progettuali di tipo professionale maturate in questi anni, sempre partendo dall’attento studio delle specificità paesistiche e insediative dei luoghi, il progetto di paesaggio ha consentito di individuare di concerto con la Soprintendenze buoni risultati e importanti condivisioni con le popolazioni locali, anche in ambiti ad alta valenza paesistica”, afferma Ori. “In tal caso la condivisione dei processi e la partecipazione nella progettazione da parte delle comunità locali hanno giocato un ruolo determinante. Un’occasione importante per noi è stata la Biennale di Pisa 2019 – Tempodacqua, una manifestazione che ci ha offerto la possibilità di interrogarci su questi temi, stimolando una riflessione intorno al delicato rapporto tra impianti tecnologici, inserimento ambientale, circolarità ambientale e sociale. Partendo da una centrale geotermica tipo, abbiamo sperimentato una metodologia progettuale innovativa, rivolta alle società di settore. L’infrastruttura energetica (intesa nel senso più convenzionale, come luogo per la produzione) viene meno e diventa un luogo per la socialità, per la conoscenza del territorio e del fenomeno energetico. Uno scenario in cui natura, società e infrastruttura possono coesistere in equilibrio se governati da un progetto olistico e lungimirante (https://tempodacqua.com/oriarienti ).
Questo approccio è anche suggerito dalle associazioni ambientali (FAI, Legambiente, WWF, solo per citarne alcune) che vedono nella pianificazione e nel progetto di paesaggio l’antidoto ai conflitti locali.
- Cosa ne pensano le associazioni ambientaliste?
QualEnergia, il portale web che analizza mercati e scenari per accelerare la decarbonizzazione dell’economia, ha dichiarato che, secondo le stime principali fornite dall’Ispra nel rapporto 2023 sul consumo di suolo in Italia (https://www.snpambiente.it/wp-content/uploads/2023/10/Rapporto_consumo_di_suolo_2023_sintesi.pdf), per installare tutto il nuovo fotovoltaico previsto dal Pniec al 2030 (57 GW) si occuperebbe una parte minima del suolo nazionale, ben sotto l’1%, mentre il potenziale del fotovoltaico su tetti e coperture è molto ampio e si potrebbero realizzare fino a 92 GW di impianti sui fabbricati esistenti. Il consumo di suolo delle energie rinnovabili sarebbe dunque “un falso problema”: a luglio 2023 un gruppo di associazioni ambientaliste e delle rinnovabili (tra cui Coordinamento Free, Italia Solare, Legambiente, Kyoto Club) ha rivolto un appello proprio all’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), spiegando i motivi per cui il fotovoltaico non deve essere considerato come un elemento che aumenta il consumo di suolo al pari del territorio cementificato, in quanto le strutture sono rimovibili e gli impianti presentano diversi vantaggi ambientali. Inoltre, alcuni tipi di impianti, come quelli agrovoltaici, possono integrarsi con le attività agricole e offrire diversi vantaggi ambientali, come la tutela della biodiversità, la riduzione dei consumi idrici e la protezione delle colture da ondate di calore e altri eventi “estremi”. Per il Gis (Gruppo impianti solari), nell’ipotesi di installare 5 GW/anno di fotovoltaico a terra, servirebbe una superficie di 10.000 ettari su una superficie agricola totale in Italia pari a 16,5 milioni di ettari, cioè lo 0,06% della superficie agricola totale, coinvolgendo solo i terreni attualmente incolti e inattivi.
A fine 2022, il Fondo per l’ambiente italiano (Fai), Legambiente e Wwf hanno siglato un documento comune – paesaggi rinnovabili – che apre definitivamente all’installazione dei necessari impianti per le rinnovabili sui territori: “…Le emergenze climatica ed energetica sono le più grandi che il genere umano deve affrontare ora e nel prossimo futuro …È innegabile che la diffusione degli impianti per produrre energia da fonti rinnovabili, in linea con gli obiettivi di de-carbonizzazione, inciderà sui nostri territori, trasformando i paesaggi già oggi feriti dalla crisi climatica. La sfida che si pone è quella di non restare osservatori passivi della “rivoluzione in atto”, ma di governarla con regole certe. Coniugare gli obiettivi della transizione energetica con la lungimiranza nella pianificazione paesaggistica e la qualità della progettazione è quindi la sfida cruciale del prossimo futuro. Per accelerare la transizione ecologica verso le energie rinnovabili».
Le associazioni ambientaliste propongono interventi sia a monte sia a valle del processo decisionale, sottolineando che «la trasparenza dei procedimenti amministrativi e la dimensione partecipativa delle comunità coinvolte dai progetti” restano fondamentali, sul modello del dibattito pubblico francese; se a valle occorre semplificare dal punto di vista burocratico l’iter di permitting delle rinnovabili, a monte occorre invertire l’attuale sistema di programmazione e promuovere un piano nazionale straordinario per l’individuazione delle aree idonee per l’installazione e la riqualificazione degli impianti, istituire una cabina di regia interministeriale per le energie rinnovabili e rilanciare la pianificazione paesaggistica con le Regioni.
Per quanto riguarda l’eolico, si sottolineano due aspetti: puntare sul repowering degli impianti esistenti con tecnologie più performanti ed efficienti, che potrebbero aumentare la potenza installata di 4,5 GW, cioè più di un terzo della crescita da garantire al 2030; mettere il progetto di paesaggio al centro dell’intero progetto di parco eolico, in quanto nessun luogo è uguale a un altro e ogni progetto ha l’obbligo d’inserirsi armonicamente nel contesto territoriale individuato.
Aspetti sottolineati da alcune amministrazioni locali della Sardegna che hanno iniziato a lamentarsi delle troppe concessioni approvate dal governo nazionale per la costruzione di nuovi parchi eolici e impianti fotovoltaici, soprattutto nella zona sudoccidentale del Sulcis, che rischiano di rovinare il territorio oltre a non portare benefici economici ai sardi, essendo gestiti da compagnie private.
Nello studio commissionato da Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia, ECCO e Artelys hanno definito le caratteristiche che dovrà avere il sistema elettrico italiano per essere decarbonizzato nel 2035, proponendo un’analisi che affronta i bisogni in termini di produzione, tecnologie e politiche abilitanti. Servirà supportare tecnologie e modelli di business che riducano l’utilizzo delle risorse (https://eccoclimate.org/it/scenario-di-decarbonizzazione-del-sistema-elettrico-italiano-entro-il-2035/).
L’attività di ricerca, sviluppo e innovazione basata sull’ecodesign sarà centrale nei prossimi anni per arrivare a tecnologie per le rinnovabili ispirate ai principi dell’economia circolare e al minor impatto possibile su suolo e paesaggio.
L’energia eolica marina si sta affermando come una delle soluzioni più promettenti per produrre energia elettrica senza emettere gas serra, con il Belgio come leader nell’eolico offshore. I parchi eolici marini si dividono in due categorie, ciascuna adattata a specifiche esigenze ambientali e logistiche:
-Impianti eolici con turbine fissate al fondale marino, ideali per le acque poco profonde e vicino alle coste;
-Impianti eolici con turbine su piattaforme galleggianti, ottimali per l’alto mare.
Il comitato “Salviamo il Paesaggio” di Mogliano Veneto, nell’articolo pubblicato su Tera a Aqua aprile-maggio 2024, si dice a favore delle rinnovabili, ma previa attenta valutazione da parte delle amministrazioni di ogni richiesta di nuovi impianti a terra. Bisogna distinguere il consumo di suolo permanente (dovuto all’impermeabilizzazione di coperture artificiali permanenti, per es. il cemento) dal consumo di suolo reversibile (dovuto a una copertura artificiale reversibile). Gli impianti fotovoltaici a terra appartengono a quest’ultima categoria e vanno, quindi, considerati diversamente dal suolo utilizzato per la realizzazione di edifici, infrastrutture e altre aree impermeabilizzate; è preferibile privilegiare le installazioni su edifici esistenti, infrastrutture, parcheggi e altre aree già consumate.
Il mondo dell’edilizia sostenibile (Green Building) si sta spostando sempre più verso l’uso di materiali e tecnologie che possano ridurre drasticamente il fabbisogno energetico degli edifici, ad esempio con cappotti termici e serramenti di nuova generazione e con impianti come il micro eolico domestico o il solare termico per la produzione di acqua calda. Ci sono poi materiali di ultima generazione, come le tegole fotovoltaiche: esteticamente simili alle classiche tegole con i coppi, fungono in realtà da pannello solare, permettendo di produrre in totale autonomia la corrente per la propria abitazione.
A tale proposito, come sottolinea Maurizio Ori, occorre tenere in debita considerazione l’impatto di queste tecnologie nei centri storici italiani e nei nuclei di antica formazione nel paesaggio agrario italiano.
Intorno a questo argomento le Soprintendenze mostrano un atteggiamento conservativo, spesso determinato dalle soluzioni progettuali proposte che risultano spesso scadenti e inadeguate a contesti storicizzati.
Gli impianti per la produzione di energia rinnovabile (quali eolico, solare e micro idroelettrico) sono costituiti da componenti tecnologiche industrializzate, votate alla massimizzazione del rendimento e certamente non concepite per rapportarsi con i caratteri salienti del territorio e con i suoi valori storici, ambientali e culturali. Ecco, quindi, che il progetto di paesaggio e architettura assume un ruolo determinante, poiché possiede la capacità di individuare il giusto equilibrio tra gli interessi in campo andando, di volta in volta, a valutare attentamente la posizione di tali sistemi energetici in rapporto alle specificità del luogo (suolo, sottosuolo, cromatismi, ecc.).
Nel tentativo di andare a risolvere il conflitto tra conservazione e tecnologie per le energie rinnovabili, a Cremona si sono avviate due iniziative a supporto degli operatori tecnici e dei cittadini: da un lato sono state approvate specifiche Linee Guida per la valutazione dei progetti (https://www.comune.cremona.it/sites/default/files/allegati/2022/12/LINEE%20GUIDA.pdf), dall’altro è stato creato un Ufficio Energia comunale che consente un dialogo diretto con i cittadini.
Tale strumento ha consentito nel periodo del SuperBonus 110percento di “evitare” i cappotti esterni sugli edifici di pregio architettonico della città.
Come si può vedere, l’approccio progettuale votato alla condivisione dei processi può aprire ipotesi interessanti e innovative; allo stesso tempo, contribuisce a sviluppare la consapevolezza culturale dei tecnici (ingegneri e architetti) che sono chiamati a fare propria una specifica competenza in ambito paesaggistico secondo un vero e proprio processo di formazione, in sinergia gli Ordini Professionali e con le categorie di settore.













