“LA BUSSOLA PER LA COMPETITIVITA’ “ DELL’UE: A RISCHIO IL GREEN DEAL E LA NORMATIVA ESG?
-LA BUSSOLA PER LA COMPETITIVITA’ DELL’UE
Il 29 gennaio 2025 è stata presentata la comunicazione “Una Bussola per la competitività dell’UE” (“A Competitiveness Compass for the EU”, COM(2025) 30 final), il documento strategico che orienterà i lavori della Commissione europea dei prossimi cinque anni. La direzione è chiara: dal momento che non sussistono più le condizioni che hanno sostenuto la crescita in passato, come la domanda esterna, l’energia a basso costo e la stabilità geopolitica, bisogna agire con urgenza per superare le debolezze strutturali dell’UE e recuperare, rispetto alle altre grandi economie, il terreno perso a causa del persistente divario della produttività. Come già preannunciato dalla Presidente Von der Leyen il 21 gennaio al World Economic Forum di Davos, la bussola intende concretizzare le raccomandazioni della relazione Draghi di settembre 2024 (“The future of European competitiveness”) in una tabella di marcia per le prossime politiche europee attraverso tre principali aree di intervento (https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_25_339):
- colmare il divario d’innovazione
Il futuro dell’industria “made in Europe prevede un habitat per le nuove start-up innovative, una legge europea per l’innovazione e la definizione di un quadro normativo unico europeo. Tra le iniziative che saranno proposte della Commissione: le gigafactory di IA (AI Gigafactories) e la strategia per l’IA applicata (Apply AI) per guidare lo sviluppo e l’adozione dell’IA in settori chiave dell’industria; piani d’azione sui materiali avanzati, le tecnologie quantistiche, le biotecnologie, la robotica e le tecnologie spaziali; una specifica strategia su start-up e scale-up; un 28o regime giuridico per superare quello frammentato nei 27 Stati membri e per semplificare le norme applicabili alle imprese innovative, compresi gli aspetti d’interesse di diritto societario, diritto fallimentare, diritto del lavoro e diritto tributario. Previste anche misure per agevolare la capacità d’innovazione delle imprese attraverso una legge europea per rafforzare gli investimenti in R&S e portarli all’obiettivo del 3% del Pil.
- adottare un piano congiunto decarbonizzazione-competitività
E’ in arrivo il patto per l’industria pulita (Clean Industrial Deal) per proseguire con l’obiettivo quadro dell’UE della decarbonizzazione, basata sulla competitività, e che promuova le tecnologie pulite e nuovi modelli di business circolari. Il piano d’azione per l’energia a prezzi accessibili contribuirà a ridurre prezzi e costi dell’energia e a promuovere l’elettrificazione, mentre l’atto legislativo sull’accelerazione della decarbonizzazione industriale estenderà le autorizzazioni ai settori in transizione. La bussola prevede inoltre: piani d’azione specifici per i settori ad alta intensità energetica, come la siderurgia, la metallurgia e l’industria chimica, che costituiscono la colonna portante del sistema manifatturiero europeo ma sono anche i più vulnerabili in questa fase della transizione; un piano d’azione industriale dell’Ue per il settore automobilistico; l’integrazione della proposta di legge sull’economia circolare; una visione per l’agricoltura e la produzione alimentare dell’Ue stabilirà per garantire competitività e sostenibilità a lungo termine entro i limiti planetari, assicurando aree rurali fiorenti, sicurezza alimentare e resilienza; il Patto europeo per gli oceani per promuovere l’innovazione attraverso nuove tecnologie blu, produzione di energia pulita e sicurezza alimentare.
- aumentare la sicurezza e la riduzione delle dipendenze
In un sistema economico globale fratturato dalla competizione geopolitica e dalle tensioni commerciali, l’Ue deve integrare più strettamente la sicurezza e le considerazioni di autonomia strategica nelle sue politiche economiche. E’ fondamentale continuare a diversificare e rafforzare le catene di approvvigionamento europee attraverso una nuova gamma di partenariati per il commercio e gli investimenti puliti – nel quadro di cooperazione internazionale del Global Gateway – che contribuiscano a garantire l’approvvigionamento congiunto di materie prime (a platform for the joint purchase of critical raw materials), energia rinnovabile (Trans-Mediterranean Energy and Clean Tech Cooperation initiative), combustibili sostenibili per i trasporti e tecnologie pulite da tutto il mondo. Nel mercato interno la revisione delle norme sugli appalti pubblici consentirà d’introdurre una preferenza europea nei settori e tecnologie critici.
Sono anche previste le misure necessarie per fronteggiare i cambiamenti climatici e gli eventi meteorologici estremi che minacciano sempre di più la sicurezza economica europea. Gli Stati membri dovranno farsi trovare pronti, aggiornando regolarmente le valutazioni del rischio climatico e migliorando la resilienza delle infrastrutture critiche. A tal fine, sarà presentato il piano europeo di adattamento climatico e la strategia europea per la resilienza idrica per integrare la resilienza climatica nella pianificazione urbana, implementare soluzioni basate sulla natura e l’adattamento in agricoltura preservando la sicurezza alimentare e proteggendo al contempo l’economia e la società dell’Ue dalle peggiori calamità naturali come inondazioni, siccità, incendi ed eventi climatici estremi che compromettono le catene di approvvigionamento e i siti di produzione.
I tre pilastri sono integrati da cinque attivatori trasversali per sostenere la competitività in tutti i settori:
- Semplificare gli oneri normativi e amministrativi, in modo da accelerare le decisioni e snellire le procedure per accedere ai fondi dell’UE. Al fine di non ostacolare la competitività, la Commissione punterà alla riduzione degli oneri di rendicontazione regolamentati di recente: l’imminente pacchetto Omnibus semplificherà l’informativa sulla sostenibilità, la dovuta diligenza e la tassonomia, con l’obiettivo di ridurre almeno del 25% gli oneri amministrativi per le imprese in generale e almeno del 35% per le PMI anche con il supporto delle tecnologie digitali.
- Ridurre gli ostacoli al mercato unico, attraverso la strategia orizzontale per il mercato unico che dovrà modernizzerà il quadro di governance economica, per rafforzare l’integrazione di politiche fiscali sostenibili e la promozione della crescita in concomitanza anche dell’introduzione nel prossimo Quadro finanziario pluriennale di un nuovo Fondo europeo per la competitività.
- Finanziare la competitività , grazie ad un’Unione europea dei risparmi e degli investimenti per creare nuovi prodotti di risparmio e di investimento, fornire incentivi per il capitale di rischio e garantire la fluidità dei flussi di investimenti in tutta l’UE.
- Promuovere le competenze e posti di lavoro di qualità , attraverso un’Unione delle competenze incentrata sugli investimenti, sull’apprendimento permanente e in età adulta, sulla mobilità equa, sull’attrazione e sull’integrazione di talenti qualificati provenienti dall’estero. Insieme alle competenze saranno promossi – in collaborazione con le parti sociali – posti di lavoro di qualità e un piano per l’edilizia abitativa a prezzi accessibili; gli Stati membri sono incoraggiati a modernizzare i sistemi di protezione sociale e a garantire una rete di sicurezza durante le transizioni lavorative.
- Migliorare il coordinamento delle politiche a livello nazionale e dell’UE per garantire l’attuazione degli obiettivi strategici condivisi dell’Unione. Nel prossimo quadro finanziario pluriennale un fondo per la competitività sostituirà molteplici strumenti finanziari dell’UE vigenti che perseguono obiettivi analoghi.
-IL PACCHETTO DI SEMPLIFICAZIONE OMNIBUS: LA RECENTE LEGISLAZIONE EUROPEA SULLA SOSTENIBILITA’ SOTTO ATTACCO?
La nuova strategia UE ha tenuto conto delle richieste contenute sia nella “Dichiarazione di Anversa”, sottoscritta nel 2024 da aziende, sindacati e organizzazioni di ogni tipo a favore di un accordo industriale europeo capace di implementare il Green Deal e, al tempo stesso, garantire posti di lavoro di alta qualità per i lavoratori europei in Europa; sia nella “Dichiarazione di Budapest” del Consiglio europeo su un nuovo Patto per la competitività (https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2024/11/08/the-budapest-declaration/). Tra le priorità segnalate dal mondo imprenditoriale emerge sicuramente quella di semplificazione e riduzione degli oneri amministrativi, normativi e di informazione a carico delle imprese, in particolare per le PMI, dunque in totale continuità con quanto già espresso da Mario Draghi nella sua relazione “The future of European competitiveness” del 2024 su incarico della prima Commissione Von der Leyen. Le norme per la sostenibilità e la responsabilità delle imprese sono state giudicate dal prof. Draghi come un ostacolo alla produttività settoriale, in quanto aumentano i costi operativi e creano barriere all’entrate per le nuove imprese, oltre che alzare i prezzi per i consumatori. Inoltre, le divergenze tra modelli regolatori, ad esempio tra l’approccio europeo guidato dalla legge (rights-driven approach) e quello britannico spinto dall’innovazione (innovation-driven approach), complicano ulteriormente le cose: il “flusso regolatorio” – con la conseguente difficoltà a interpretare norme che si intrecciano spesso l’una con l’altra – è considerato tra i principali fattori che rendono l’UE un ambiente meno favorevole a fare impresa rispetto agli Stati Uniti. Nello specifico, vengono menzionati tre esempi di legislazione europea particolarmente complessa e costosa:
–la reportistica di sostenibilità e la due diligence (la Direttiva CSRD, il Regolamento tassonomia e il principio “do not significant harm”, il Regolamento SFDR, la direttiva CSDDD sulla due diligence, il regolamento sull’ecodesign (ESPR), la direttiva sulle emissioni industriali, il sistema di scambio delle emissioni (ETS) e il regolamento REACH sui prodotti chimici);
– il Regolamento per la protezione dei dati (GDPR);
–la legislazione su rifiuti e sugli imballaggi.
Se da un lato le iniziative della “Bussola” europea di allentare i vincoli normativi vanno incontro alle proposte della Confederazione delle imprese europee, BusinessEurope, contenute nel documento “Ridurre l’onere normativo per ripristinare il vantaggio competitivo dell’Ue” (https://www.businesseurope.eu/publications/reducing-regulatory-burden-restore-eus-competitive-edge), dall’altro le parti sociali a livello europeo stanno lanciando segnali di allarme per il rischio concreto di una deregolamentazione in ambito lavorativo, sociale e ambientale, sull’onda della deregulation climatica avviata dalla nuova presidenza statunitense. Come afferma la segretaria generale della Confederazione europea dei sindacati (Ces), Esther Lynch, «i leader dell’Ue dovrebbero ignorare i richiami delle sirene dei lobbisti aziendali affinché l’Europa segua Trump in una corsa globale al ribasso, che non potremmo mai vincere, e invece difendere ciò che rende grande l’Europa».
Il tentativo di ridurre gli standard attuali, che regolano le produzioni e i mercati del lavoro europei, preoccupa anche la società civile, da cui arriva il monito a non abbassare la guardia sugli obiettivi di sostenibilità in termini climatico-ambientali e sociali, nell’ottica della “just transition”, cioè di una transizione ecologica che garantisca al tempo stesso protezione sociale .
In attesa del pacchetto Omnibus che, anche su pressione di Francia e Germania, andrà a semplificare la regolamentazione in materia di reportistica ESG – già comunque allentata rispetto alle ambizioni originarie, come nel caso della direttiva CSDDD che obbliga solo le grandi imprese a vigilare sul rispetto dei diritti umani e dell’ambiente nella catena del valore – associazioni e parti sociali (come la European Trade Union Confederation, la Confederazione europea dei sindacati) si stanno muovendo per impedire alle lobby dell’industria di bloccare o indebolire un corpus normativo che è frutto di anni di negoziati e compromessi. Il programma prevede un primo pacchetto Omnibus sulle normative di sostenibilità, previsto entro il primo trimestre 2025, diretto a semplificare la Direttiva sulla Due Diligence (CSDDD), la Direttiva sulla Rendicontazione di Sostenibilità delle Imprese (CSRD) e il Regolamento Tassonomia; un secondo pacchetto sulla semplificazione degli investimenti, sempre entro il primo trimestre 2025, e un terzo pacchetto nel secondo trimestre 2025 con misure per le piccole e medie imprese e la rimozione di requisiti cartacei.
Per aiutare i cittadini europei a seguire gli sviluppi nell’agenda di deregolamentazione, Corporate Europe Observatory ha lanciato il Deregulation watch (https://corporateeurope.org/en/2025/01/deregulation-watch) , mentre si stanno moltiplicando le prese di posizione di esperti e multinazionali già avviate sulla strada della sostenibilità per impedire che il cambio delle regole a uno stadio ormai avanzato possa penalizzare le imprese che hanno investito nel processo di conformità.
Anche gli operatori dei mercati finanziari sono in fibrillazione in quanto si teme che l’intento giustificato di rimettere mano al quadro normativo dell’UE sulla sostenibilità per renderlo più snello e chiaro possa in realtà minare – e screditare – il lavoro fatto in questi anni per orientare gli investimenti privati a supporto della transizione ecologica. A inizio febbraio l’Institutional Investors Group on Climate Change (associazione europea di investitori istituzionali impegnati a promuovere la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio), lo European Sustainable Investment Forum (Eurosif: organizzazione che promuove l’investimento sostenibile e responsabile) e Principles for Responsible Investment (PRI, iniziativa delle Nazioni Unite che promuove l’integrazione dei criteri ESG nelle decisioni di investimento), insieme a 163 investitori che rappresentano circa 6,6 trilioni di euro di asset in gestione, hanno chiesto alla Commissione europea “di preservare l’integrità e l’ambizione del quadro di riferimento dell’UE per la finanza sostenibile, in vista delle attuali discussioni su una ‘legislazione omnibus’ per modificare i regolamenti chiave” in quanto “ la riapertura di questi regolamenti nella loro interezza rischia di creare incertezza normativa e, in ultima analisi, di compromettere l’obiettivo della Commissione di riorientare i capitali a sostegno del Green Deal europeo”; le imprese e gli operatori dei mercati finanziari “hanno bisogno di stabilità politica a lungo termine per sostenere i loro sforzi di attuazione. Studi recenti, tra cui quelli pubblicati dalla Piattaforma per la Finanza Sostenibile dell’UE, dimostrano che la maggiore trasparenza creata da queste normative sta iniziando ad avere un impatto”.
Il 4 febbraio numerose associazioni della società civile (tra cui WWF, ActionAid International, Climate Action Network Europe, Clean Clothes Campaign, Deutsche Umwelthilfe, Environmental Coalition on Standards, European Coalition for Corporate Justice, European Environmental Bureau, Fairtrade International, Friends of the Earth Europe, Global Witness, Oxfam EU, Transport & Environment) hanno scritto una lettera aperta a Von der Leyen e al commissario per l’Economia, produttività, attuazione e semplificazione Valdis Dombrovskis, denunciando “profonda preoccupazione” per l’”inadeguato processo di consultazione”, una “consultazione esclusiva e a porte chiuse… non in grado di garantire un processo politico e legislativo trasparente, basato su dati concreti e inclusivo, come richiesto dal diritto dell’UE e dalle linee guida della Commissione per una migliore regolamentazione..”. Per i dettagli: chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.clientearth.org/media/3ufnrj34/20250131-letter-to-the-ec-omnibus-consultation.pdf?mc_cid=314df18452&mc_eid=3bdab86db2
Insomma, i provvedimenti per la semplificazione, messi in campo dalla Commissione europea per rimettere mano alle recenti norme sulla rendicontazione ESG e sulla due diligence quali ostacoli alla crescita economica, potrebbero sconfessare gli impegni di sostenibilità e di smantellare le basi sui cui è stata costruita la strategia pluriennale del Green Deal europeo. La presidente Von der Leyen ha assicurato, nel messaggio di presentazione della Bussola, che il Green Deal rappresenta il ponte tra i suoi due mandati e che l’Unione europea manterrà il percorso degli obiettivi ambientali e sociali per una futura Unione “a impatto climatico zero, che rispetti i limiti planetari, con una crescita che consenta un reddito adeguato per gli occupati e un welfare per gli svantaggiati”. Ha, inoltre, fatto presente che nei primi cinque anni di mandato l’attenzione si è concentrata sul creare le condizioni – attraverso il Fit for 55 – per portare l’Europa verso il raggiungimento degli obiettivi climatici al 2050, mentre nel secondo mandato, si dovrà passare all’implementazione del Green Deal mantenendo la rotta per la decarbonizzazione al 2050, anche attraverso l’obiettivo intermedio del 90% per il 2040. Senza dimenticare, poi, che nella Bussola si fa esplicito riferimento all’ equità sociale ( “la fondazione della competitività europea sono le sue persone”), considerata tra i 5 attivatori delle strategie per la competitività ( 2.4. Promoting skills and quality jobs while ensuring social fairness).
Nonostante le rassicurazioni che decarbonizzazione e neutralità climatica, attraverso la doppia transizione green e digitale, siano uno degli obiettivi principali della Commissione (vedi la Bussola: “..l’’economia pulita è un potente motore per un’Europa più competitiva”), nel rispetto dell’economia sociale di mercato, tuttavia è facile intuire che le loro pretese dovranno essere ridimensionate qualora dovessero essere d’intralcio alla competitività. Insomma, si gioca a carte scoperte: la sostenibilità improvvisamente non è più sinonimo di leva competitiva e viene in qualche modo fatta passare come una delle principali cause della crisi dell’industria europea, come un freno alla crescita, ricordandoci di colpo che la legge del mercato non sopporta “lacci e lacciuoli”.
Un “pericolosissimo ritorno a quell’approccio muscolare finanziario che si ritrova nelle pagine del rapporto Draghi”, come afferma il prof. Mario Calderini del Politecnico di Milano sul Corriere della Sera il 4 febbraio. Quella di Calderini è un’analisi lucida e acutissima della “…rapida improvvisa inversione dello spirito dei tempi. Se fino a qualche mese fa l’impegno verso la sostenibilità e la militanza attiva della finanza delle imprese contro il cambiamento climatico e le disuguaglianze sembravano imperativi erano irrinunciabili, oggi le stesse forme di impegno vengono minimizzate, nascoste, addirittura ripudiate. O così sembrerebbe da alcuni esemplari di operatori finanziari che hanno ritirato i loro asset dai fondi più orientati contro il cambiamento climatico o di imprese che hanno rilassato le loro pratiche di inclusione e tutela delle minoranze”. Tra le ragioni concomitanti di questo cambio di rotta vengono annoverati il “nuovo vento politico che oggi premia il populismo conservatore”, “l’interpretazione vuota e opportunistica dei temi ESG da parte di molti attori del sistema economico” e, soprattutto “un’oggettiva over-regulation estremamente burocratizzata ma anche un’impostazione politica che colpevolmente ha deciso di ignorare coloro che mandavano forti e frequenti segnali di sentirsi esclusi dalla transizione verde”. La crisi di rigetto del sistema economico, ma anche dei governi francese e tedesco, è supportata dalla “retorica dei lacci e lacciuoli che impedirebbero a un sistema industriale altrimenti straordinariamente competitivo di esprimere il suo presunto potenziale. Non il fallimento dei grandi programmi Horizon nel posizionare l’industria europea alla frontiera delle grandi sfide tecnologiche, non la completa assenza di serie politiche di ricerca e innovazione in Italia, ma gli insopportabili obblighi di rendicontazione ESG sarebbero quindi responsabili della crisi di competitività dell’industria italiana ed europea.”
In un periodo storico in cui le gravi crisi ambientali, sociali e umanitarie richiederebbero unione di intenti e cooperazione a livello globale, l’UE risponde rivedendo la propria cifra distintiva, basata su regole, diplomazia e faticosi accordi politici, in risposta all’amministrazione Trump contraria all’accordo di Parigi e al multilateralismo sul clima: la competitività torna ad essere competizione… Una situazione contradditoria e paradossale, se si pensa che la Cina ha recentemente pubblicato gli “Standard di informativa sulla sostenibilità per le imprese – Standard di base” dichiarando furbescamente «noi continuiamo a credere nell’accordo di Parigi, nessun paese si salva da solo». L’UE abbasserà l’asticella dei propri standard per una decarbonizzazione costruita su misura per le esigenze della Cina? Torneremo al “liberi tutti”?
- GLI IMPATTI E I RISCHI ESG
Il prof. Calderini ha messo in evidenza un punto chiave, che rimanda alle ragioni per cui sono nate in questi anni le politiche europee per il clima e la transizione ecologica: “…la brutta notizia è che anche quando ci saremo liberati di tutto ciò, i drammatici problemi per cui le norme e le direttive erano state pensate non scompariranno fatto, anzi si aggraveranno. La legittima istanza di semplificazione non può tradursi nella rimozione dei problemi. Per questo c’è da augurarsi che questa imponente produzione di anticorpi anti-sostenibilità faccia pulizia di tutti coloro che in questi anni hanno creduto di poter sfruttare opportunisticamente l’impegno ambientale e sociale lasciando spazio a chi invece, nell’industria e nella finanza, ha deciso di interpretare l’impegno per il clima e la società in senso trasformativo, guardando al reale impatto delle proprie scelte scegliendo di andare oltre gli obblighi per rinnovare il proprio business per proteggerlo dai rischi futuri o, semplicemente, per onorare quella vecchia ma sempre attuale stella polare che è il valore di lungo termine.”
Perché a un certo punto l’UE ha accelerato sulla legislazione per la sostenibilità? Per autolesionismo normativo? Oppure per sensibilità e senso etico? Niente di tutto questo: la risposta è molto pragmatica e poco “ideologica” e si trova nei cosiddetti rischi ESG.
Dagli anni Duemila, in un contesto di crisi economiche sistemiche, si riconosce quanto sia necessario per gli operatori finanziari monitorare quei fattori extra-finanziari che, nel lungo periodo, potrebbero avere impatti negativi sulle organizzazioni e generare l’instabilità dei mercati, intaccando così i profitti e gli investimenti, e come sia invece conveniente riconoscerli, gestirli, e trasformarli in opportunità. Su spinta della grande finanza internazionale – e al di fuori da ogni considerazione etica – l’azione legislativa comunitaria di questi ultimi anni ha richiamato l’attenzione su nuovi rischi di tipo societario, gli ESG, che , insieme a quelli tradizionali di natura finanziaria, i consulenti e i partecipanti ai mercati finanziari dovrebbero integrare nelle loro procedure, comprese quelle di dovuta diligenza, in quanto “…potrebbero comportare un significativo impatto negativo sul rendimento finanziario di un investimento …”. Il Regolamento EU 2019/2088 (SFDR: “Sustainable Finance Disclosure Regulation”) definisce il rischio di sostenibilità come “un evento o una condizione di tipo ambientale, sociale o di governance che, se si verificasse, potrebbe provocare un significativo impatto negativo, effettivo o potenziale sul valore dell’investimento, come specificato nella legislazione settoriale…”.
I principali elementi di rischio introdotti nel calcolo del rischio finanziario sono:
– di tipo ambientale: riguardano il cambiamento climatico (emissioni ed impronta carbonica); le risorse naturali (stress idrico, biodiversità, consumo di suolo, materie prime); l’inquinamento e i rifiuti (emissioni tossiche, imballaggi, rifiuti elettronici);
–di natura sociale: riguardano il capitale umano (gestione del lavoro, salute e sicurezza, standard nella catena di fornitura), l’affidabilità dei prodotti (qualità, sicurezza);
–di natura organizzativa-gestionale: riguardano la governance (composizione del CDA, proprietà, controllo di gestione), i comportamenti aziendali (etica, pratiche anti-trust, trasparenza, anticorruzione, politiche finanziarie).
Il punto focale sta nell’aver riconosciuto la correlazione tra l’attuale sistema produttivo-industriale di tipo lineare e gli impatti sull’ambiente, il territorio , la società – attraverso le emissioni di gas serra, l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, la perdita di biodiversità, il non rispetto dei diritti umani nella catena del valore – diventando così esso stesso causa di quei fattori di rischio ESG che creano poi instabilità e diventano anti-economici. Il futuro modello imprenditoriale europeo dovrà, pertanto, cambiare gradualmente il proprio modello di business, in quanto “..le risorse limitate e i cambiamenti climatici rendono necessario il passaggio da una società del tipo “produzione-consumo-scarto” a una volta a un’economia a zero emissioni di carbonio, sostenibile dal punto di vista ambientale, libera dalle sostanze tossiche e completamente circolare entro il 2050”. La circolarità e la sostenibilità devono essere integrate in tutte le fasi della catena del valore per raggiungere un’economia completamente circolare: dalla progettazione alla produzione, fino al consumatore (https://www.europarl.europa.eu/topics/it/article/20210128STO96607/economia-circolare-in-che-modo-l-ue-intende-realizzarla-entro-il-2050).
Nella strategia dell’UE “Il futuro sostenibile dell’Europa: prossime tappe. L’azione europea a favore della sostenibilità” (COM 2016-739 final), la Commissione – richiamandosi all’Agenda ONU 2030 del 2015 – individua l’essenza dello Sviluppo sostenibile nel “garantire una vita dignitosa per tutti, nel rispetto dei limiti del pianeta, che contemperi prosperità ed efficienza economica, società pacifiche, inclusione sociale e responsabilità ambientale…”, partendo proprio dalla consapevolezza dei limiti del pianeta, della scarsità delle risorse, delle crescenti disuguaglianze e dell’importanza della crescita sostenibile per preservare i sistemi di previdenza sociale.
Un altro passaggio fondamentale è l’Accordo di Parigi, sottoscritto nel 2015 da 197 Stati membri della UNFCC, la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che rappresenta la prima intesa universale e giuridicamente vincolante sul climate change, con la decisione di contenere a lungo termine l’aumento della temperatura media globale al di sotto della soglia di 2°C rispetto ai livelli pre-industriali, e di limitare tale incremento a 1.5°C. Da qui sono derivate le strategie complementari per affrontare il problema del riscaldamento globale, cioè la mitigazione (pratiche per ridurre le emissioni di gas serra e rimuovere i gas climalteranti dall’atmosfera, come ad esempio la riforestazione e l’utilizzo di tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio) e l’adattamento ai cambiamenti climatici (sviluppo di pratiche agricole in presenza di temperature elevate e scarsità di risorse; infrastrutture resistenti al clima; forme di protezione delle comunità più vulnerabili). Tra le tecniche adottate ci sono la carbon neutrality (il bilanciamento delle emissioni di CO2), il Net Zero (riduzione di tutti i gas serra), la neutralità climatica che intende ridurre anche tutte le altre forme di impatto ambientale come l’inquinamento, la deforestazione e la perdita di biodiversità. L’epidemia da Covid-19 ha poi fatto comprendere quanto il capitale umano e le catene di fornitura siano fattori critici nella gestione d’impresa, e altrettanto per le lacune nella due diligence formale.
Grazie alle normative europee si è arrivati addirittura ad un Regolamento per uniformare e rendere trasparenti i sistemi di emissione dei rating ESG, utili per valutare il livello di esposizione ai rischi associati alle questioni di sostenibilità, ma anche per spingere le imprese ad adottare una serie di procedure operative di “risk management”: la capacità di prevedere, gestire e mitigare questi fattori di rischio sono asset che incidono oggi direttamente sui risultati e sui profitti delle società e i vantaggi dell’azione sono molto maggiori di quelli dell’inazione, ovvero della mancata attività cautelativa.
Non dobbiamo dunque lasciare che l’UE rinunci a quel ruolo che si è data apertamente con la strategia del Green Deal quale standard di riferimento globale per la transizione ecologica e l’equità sociale, senza le quali saranno compromesse non soltanto l’economia, ma anche le condizioni stesse di vivibilità per il genere umano e il pianeta.












