La crisi climatica e l’urgenza di attuazione di politiche di transizione ecologica.
Negli ultimi mesi si stanno moltiplicando convegni e dibattiti sul rischio di “insostenibilità economica” della sostenibilità, sollevando dubbi sull’efficienza delle misure adottate a livello europeo in materia di mitigazione del cambiamento climatico. Emerge, tuttavia, che è vero il contrario: i danni fisici e finanziari provocati dagli eventi estremi e dalla crisi climatica sono nettamente maggiori rispetto ai costi della transizione verde. Lo dice chiaramente la Banca Centrale Europea che, nelle considerazioni sul suo progetto di stress test climatico a sostegno di autorità e istituzioni finanziarie a valutare l’impatto dei rischi climatici su aziende e banche nei prossimi 30 anni, conclude che “… i costi a breve termine della transizione sono irrisori rispetto ai costi del cambiamento climatico incontrollato a medio e lungo termine…”. I rischi del cambiamento climatico si suddividono in:
- rischio fisico, derivante dal previsto aumento della frequenza e dell’entità dei disastri causati da calamità naturali, come le inondazioni (in caso di attività situate in aree esposte, ad esempio, vicino a fiumi o in riva al mare) e gli incendi , con conseguente interruzione del processo produttivo a breve termine che potrebbe portare al fallimento aziendale a lungo termine;
- rischio di transizione, in cui l’introduzione ritardata o improvvisa di politiche climatiche per ridurre le emissioni di CO2 potrebbe avere un impatto negativo su alcuni settori energetici e ad alta intensità di carbonio, come quello minerario, del cemento o dell’acciaio.
Lo stress test climatico della BCE ha esaminato la resilienza di aziende e banche a una serie di scenari climatici che, prendendo spunto da quelli forniti dal Network for Greening the Financial System, forniscono rappresentazioni plausibili delle condizioni climatiche future, tenendo anche conto dell’impatto che le misure adottate per limitare la portata del cambiamento climatico, come le tasse sul carbonio, avranno sulle imprese. I dati mostrano che, in assenza di ulteriori politiche climatiche, i costi per le aziende derivanti da eventi estremi aumentano notevolmente e che ci sono chiari vantaggi nell’agire in anticipo: “…l’impatto del rischio fisico sulla crescita supera i costi di transizione in tutti gli scenari e lungo l’orizzonte di proiezione. Catastrofi naturali più frequenti e gravi potrebbero portare a un calo del 10% del PIL entro il 2100, se non si interviene sul clima…”. Sia i rischi fisici che quelli di transizione possono danneggiare la stessa stabilità finanziaria di banche o altri istituti finanziari se sono esposti ad imprese che non adottano soluzioni tempestive: “…Il cambiamento climatico rappresenta una delle principali fonti di rischio sistemico anche per le banche i cui portafogli sono concentrati in determinati settori economici e, soprattutto, in specifiche aree geografiche…”, particolarmente soggette ai disastri naturali. I portafogli prestiti delle aziende più esposte al rischio climatico, secondo la Bce, «hanno il 30% in più di probabilità di insolvenza nel 2050 rispetto al 2020 se non si interviene». (Per approfondire: https://www.bankingsupervision.europa.eu/press/pr/date/2022/html/ssm.pr220708~565c38d18a.it.html).
Anche a livello internazionale sono numerosi gli studi e le ricerche che attestano quanto sopra. Il rapporto pubblicato nel 2020 dalle Nazioni Unite, basato sugli eventi climatici estremi censiti dal Centro di ricerca sull’epidemiologia dei disastri (Cred) dell’Università di Lovanio in Belgio (https://www.preventionweb.net/files/74124_humancostofdisasters20002019reportu.pdf#page=5) dichiara che il costo economico globale degli eventi climatici estremi è passato dai 1.600 miliardi di dollari per gli anni 1980-1999 ai quasi 3000 miliardi di dollari per i vent’anni tra il 2000 e il 2019. È importante sottolineare che i costi effettivi dei danni provocati dagli eventi climatici ad abitazioni, aziende, infrastrutture tenderanno ad aumentare nel tempo, in quanto è necessario tenere conto di come cambia nel tempo il valore del capitale economico e possono perpetuarsi per lunghi periodi, causando una contrazione degli investimenti in capitale economico e capitale umano, con conseguenze disastrose per le zone colpite, come la mancanza di posti di lavoro e il calo del reddito degli abitanti.
Nell’ultimo report dell’European Environmental Agency (EEA) emerge che dal 1980 al 2019 gli stati europei hanno registrato 446 miliardi di euro di perdite a causa di eventi climatici e ambientali estremi – circa il 3% del PIL complessivo dei paesi analizzati. Solo l’Italia avrebbe subito danni pari a circa 72,5 miliardi di euro. Il report di Greenpeace “Quanto costa all’Italia la crisi climatica”, che si richiama agli studi di Ispra “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio” del 2018, evidenzia che oltre il 90% dei comuni italiani (complessivamente 7 milioni e mezzo di italiane e italiani) è a rischio frane o alluvioni, mentre la ricerca della Banca d’Italia n. 728 “Gli effetti del cambiamento climatico sull’economia italiana” del 2022 conferma che l’Italia ha un’elevata esposizione ai rischi idro-geologici, per ragioni sia naturali sia antropiche e che le aziende in comuni colpiti da frane o alluvioni hanno una probabilità di uscire dal mercato superiore rispetto alle altre, rendendo necessario, pertanto, contrastare l’intensificazione dei fenomeni idro-geologici attraverso politiche di prevenzione, mitigazione e adattamento.
Nel report di Oxfam sulle disuguaglianze climatiche si evidenzia che le emissioni dei paesi a basso reddito ammontano all’1% di quelle dei paesi ricchi: nel 2018 i paesi dell’Unione europea – con un totale di mezzo miliardo di persone – hanno emesso circa 2,9 miliardi di tonnellate di Co2, un dato superiore a quello registrato dall’intera regione dell’Asia meridionale, dove vivono circa 2 miliardi di persone. L’Italia, con 325 milioni di tonnellate di Co2 emesse ogni anno, pesa più del Pakistan (200 ml/anno), un paese con una popolazione circa 4 volte più grande. Senza dimenticare i paesi a reddito medio, come Cina e India in primis, molto popolosi e in fase di forte sviluppo industriale e tecnologico. Il paradosso è che sono proprio i paesi a basso reddito (soprattutto gli stati africani) – gli unici ad aver ridotto drasticamente negli ultimi 30 anni le già basse emissioni di circa il 20% – a subire maggiormente le conseguenze della crisi climatica, con disastri dal sud globale al continente asiatico che richiedono inevitabilmente azioni di soccorso umanitario.
Anche il “Climate ambition Summit” sulla decarbonizzazione e la transizione energetica, nell’ambito dell’Assemblea generale ONU di New York del 20 settembre, ha sottolineato i gravi ritardi nella riduzione delle emissioni soprattutto in campo industriale e in settori strategici come l’acciaio, rilanciando il fondo “Loss and damage” per indennizzare i Paesi più esposti ai danni provocati dalle emissioni dei Paesi più ricchi. Con inevitabili divergenze sul ruolo dei Paesi emergenti che richiedono tanta energia per crescere e che sono anche grandi inquinatori, come la Cina. Se, dunque, è comprovato che l’aumento degli eventi atmosferici estremi è correlato all’attuale modello economico e le proiezioni di autorevoli enti internazionali delineano scenari futuri sconfortanti a fronte di politiche green insufficienti, possiamo ritenere sensate le resistenze al cambiamento da parte dei paesi industrializzati con argomentazioni come gli oneri eccessivi per la transizione ecologica e la conseguente perdita di competitività? Di quale transizione stiamo parlando se non si è disposti minimamente a ridurre e a rivedere gli attuali stili di vita? Le imprese davvero sostenibili e durature saranno quelle che dimostreranno di essere consapevoli di quanto la loro operatività dipenda dalla conservazione dell’ambiente e delle risorse naturali e anche dal benessere del contesto sociale in cui agiscono.
Il nostro futuro sarà determinato dalle scelte che attueremo oggi e nei prossimi anni e che richiedono politiche urgenti, considerato il grave ritardo dell’Italia nella lotta al cambiamento climatico, tanto che lo stesso Presidente Mattarella pochi mesi fa ha ribadito quanto sia “…necessario operare per contenere già oggi gli effetti dirompenti di questi cambiamenti, predisponendo strumenti nuovi e modalità di protezione dei territori». E sarebbe anche importante colmare le gravi lacune in materia di informazione ambientale, attraverso cui dare evidenza delle correlazioni esistenti tra crisi climatica e stili di vita dei paesi ad alto reddito.












