Sostenibilità come obiettivo dell’UE
L’Unione Europea integra ufficialmente lo sviluppo sostenibile nelle proprie strategie di crescita.
Il contesto normativo di riferimento internazionale, europeo e nazionale
Il quadro normativo internazionale, europeo e nazionale converge, ormai, sulla necessità di far transitare l’economia dal concetto quantitativo di crescita a quello qualitativo di sviluppo sostenibile, nel senso di efficiente, duraturo ed equo. Per garantire uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri, è necessario che il principio economico di utilità sia interconnesso alla dimensione ambientale (l’equilibrio con gli ecosistemi) e a quella sociale (equità).
Lo sviluppo sostenibile diventa uno degli obiettivi a lungo termine dell’Unione europea (art. 3, par. 3, TUE) e viene integrato nella Strategia Europa 2020. La strategia si fonda su tre pilastri: crescita intelligente (istruzione e innovazione), sostenibile (basse emissioni di carbonio, resilienza climatica, tutela ambientale) e inclusiva (occupazione e riduzione della povertà).
I fondi strutturali e di investimento europei funzionano in stretta relazione con i finanziamenti della Banca europea per gli investimenti per promuovere gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Le aree urbane sono il motore dell’economia europea e fungono da catalizzatori di soluzioni sostenibili innovative a favore della transizione verso una società resiliente a basse emissioni di carbonio: le città e le amministrazioni, pertanto, svolgono un ruolo particolare nell’attuazione delle varie Agende urbane sia a livello globale che locale.
Con la Comunicazione “A renewed EU strategy 2011–14 for Corporate Social Responsibility” (COM 2011/681), la Commissione Europea delinea una nuova visione della CSR.
Le imprese, su base volontaria e attraverso una certa flessibilità nell’adattare innovazione e regolamentazione complementare alla propria realtà specifica, sono chiamate ad avviare un processo di integrazione nei piani strategici aziendali dei temi sociali, ambientali, etici, dei diritti umani e della sicurezza dei consumatori, con l’obiettivo di massimizzare la creazione di valore condiviso per proprietà e stakeholders e anche per prevenire e mitigare i possibili impatti negativi. Il documento richiama il global frame work della CSR, costituito da un set di principi e linee guida riconosciuti internazionalmente: OECD Guidelines for Multinational Enterprises, United Nations Global Compact, United Nations Guiding Principles on Business and Human Rights, ILO Tri-partite Declaration of Principles Concerning Enterprises and Social Policy, ISO 26000 Guidance Standard on Social Responsibility. Fondamentale è il ruolo di investitori e consumatori che possono premiare con le loro scelte le imprese socialmente responsabili.
A livello internazionale vengono sottoscritti accordi fondamentali che indicano le linee guida per le successive strategie nazionali: dall’Agenda ONU 2030 contro la povertà e i relativi Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs), adottati in occasione della 70ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, all’accordo di Parigi sul clima (COP21), al programma d’azione di Addis Abeba, che individua l’integrazione a livello nazionale dei piani di finanziamento destinati al conseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, quale parte integrante dell’Agenda 2030.
L’Agenda ONU 2030 ha dunque stimolato il lancio di diverse iniziative a livello europeo. La Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite (UNECE) ha elaborato una road map per lo sviluppo delle statistiche per gli SDGs a livello europeo, puntando sul ruolo di coordinamento degli Istituti nazionali di statistica.
In Italia l’Istat, insieme ai rappresentanti delle parti sociali e della società civile, ha sviluppato un approccio multidimensionale per misurare il BES (Benessere Equo e Sostenibile) con l’obiettivo di integrare le informazioni fornite dagli indicatori sulle attività economiche con le fondamentali dimensioni del benessere, corredate da misure relative alle diseguaglianze e alla sostenibilità.
Nel 2016 il BES entra a far parte del processo di programmazione economica. Tra le varie proposte di “policy” per la Green Economy, uno dei cardini è proprio la promozione di strumenti di contabilità non finanziaria per indirizzare le imprese alla valorizzazione del capitale naturale allargando la platea delle imprese che devono fare una rendicontazione non finanziaria ed estenderla anche a Comuni, Regioni e Stato.
Anche l’ILO, l’agenza ONU per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, nel rapporto 2018 sostiene che l’adozione di politiche di promozione di un’economia più verde potrebbe creare oltre 20 milioni di posti di lavoro nel mondo entro il 2030.
Tra il 2019 e il 2020 prende forma il Green Deal europeo, la strategia o “tabella di marcia” per rendere sostenibile l’economia dell’UE, con piani di azione e investimenti per trasformare le questioni climatiche e le sfide ambientali in opportunità in tutti i settori politici, rendendo la transizione equa e inclusiva per tutti. Il bilancio a lungo termine dell’UE, unito a NextGenerationEU, il maxi programma da 750 miliardi di euro per il rilancio dell’economia europea colpita dalla pandemia Covid-19, prevedono che al centro dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR) vi siano strategie per una transizione climatica, green e digitale giusta e socialmente equa.
Il “Piano d’azione per l’economia circolare”, adottato nel 2020, rafforza il pacchetto normativo avviato nel 2015.
L’obiettivo è trasformare il modello economico europeo, passando da un approccio lineare (estrarre, produrre, usare, smaltire) a un modello circolare, incentrato su condivisione, riutilizzo, riparazione, riciclo e ricondizionamento di materiali e prodotti. Il Regolamento Ecodesign (Regolamento UE 2024/1781 per Prodotti Sostenibili) è oggi uno degli strumenti fondamentali per attuare gli obiettivi del piano: promuove la sostenibilità ambientale durante l’intero ciclo di vita di quasi tutti i prodotti immessi nel mercato dell’UE; intende aumentare la durabilità, l’efficienza energetica, la riparabilità e il contenuto riciclato dei prodotti contrastando al contempo l’obsolescenza programmata.
Con l’approvazione nel 2022 della direttiva sulla rendicontazione della sostenibilità aziendale (Corporate Sustainability Reporting Directive – CSRD), “…le imprese saranno tenute a pubblicare informazioni dettagliate in merito alle questioni di sostenibilità, il che aumenterà la responsabilità di un’impresa…e faciliterà la transizione verso un’economia sostenibile” (Comunicato del Consiglio Europeo, 28/11/22).
Con la Raccomandazione del 30 Luglio 2025, la Commissione invita le imprese non sottoposte agli obblighi normativi della CSRD ad adottare lo standard volontario di rendicontazione di sostenibilità VSME (Voluntary Standard for Micro and Small Enterprises) elaborato da Efrag e pensato per le piccole e medie imprese, con l’obiettivo di fornire uno strumento semplificato per la standardizzazione delle informazioni richieste alle PMI dalle banche, dagli investitori e dai grandi partner di filiera.
L’auspicio è di portare la rendicontazione finanziaria e quella sulla sostenibilità su un piano di parità: alle esigenze di bilancio sarà necessario affiancare un resoconto puntuale, secondo precisi standard europei, degli impatti sull’ambiente, la tutela dei diritti umani, il rispetto delle diversità e la gestione interna. Cittadini dell’UE e investitori dovranno avere accesso a dati affidabili, trasparenti e comparabili.