Per una transizione ecologica giusta

Da giorni è in corso in mezza Europa la protesta degli agricoltori che, alle prese con la competizione globale e l’aumento esorbitante del costo del gasolio, si stanno scagliando contro la politica UE del Green Deal (in particolare, la cosiddetta ‘Farm to fork’) , ritenuta colpevole di danneggiare la categoria, visti gli obiettivi stringenti di dimezzare i pesticidi, ridurre di un quinto l’uso di fertilizzanti, aumentare i terreni ad uso non agricolo – ad esempio lasciandolo a riposo o piantando alberi non produttivi – e raddoppiare la produzione biologica portandola al 25% di tutti i terreni agricoli dell’Ue. Le rivendicazioni variano da paese a paese, dalle richieste di riduzione delle tasse alle proteste contro i tagli alle agevolazioni per il settore o contro le importazioni sottocosto dall’Ucraina; e, soprattutto,  contro l’aumento dei prezzi dell’energia e dei fattori di produzione, combinato con il crescente divario tra i margini di profitto dei produttori e quelli dei grandi colossi dell’agro-industria e delle catene di supermercati. Nelle piazze italiane circolano cartelli del tipo “Questa politica non tutela il lavoro e la filiera agricola nazionale” e si arriva addirittura, come a Torino, a bruciare la bandiera europea. Problemi reali che necessitano di risposte immediate e concrete, ma che vengono strumentalizzate da gruppi reazionari e anti-sistema, subito pronti a cavalcare la protesta per demolire “l’Europa”. Gli indiscutibili benefici ambientali ed economici che le strategie climatiche dell’UE hanno previsto nel medio-lungo periodo vanno necessariamente analizzati insieme ai costi economici e sociali che la transizione sta portando con sé nel breve termine, in modo da prevedere adeguate misure di mitigazione e di sostegno da parte delle politiche pubbliche.

-Gli impatti economici e sociali della transizione ecologica: settori, mercato del lavoro, comunità.

Il  rapporto Net Zero by 2050 dell’International Energy Agency (IEA) del 2021 (https://www.iea.org/reports/net-zero-by-2050) indica molto chiaramente che le misure della decarbonizzazione – dall’abbandono del carbone come fonte di produzione energetica alla sostituzione progressiva di tutte le fonti fossili con quelle rinnovabili e con l’idrogeno, la sostituzione dei veicoli a combustione termica con veicoli elettrici, l’efficientamento delle infrastrutture e delle tecnologie agricole – richiedono investimenti globali stimati in circa in 5 mila miliardi all’anno entro il 2030, nuova forza lavoro altamente qualificata e cambiamenti radicali negli stili di vita e nelle abitudini di consumo. L’IEA stima la perdita a livello globale di circa 5 milioni di posti di lavoro nei settori estrattivi e di distribuzione di energia da fonti fossili, ma al contempo un potenziale aumento di 14 milioni nel settore delle energie rinnovabili e altri 16 milioni negli ambiti di generazione energetica, infrastrutture, produzione di veicoli elettrici, interventi di efficienza energetica.

Gli impatti avranno diversa entità a seconda delle aree geografiche e dei settori: si pensi al carbone, primaria fonte di approvvigionamento energetico nei paesi in via di sviluppo, in India, in Cina, ma anche in Europa, con intere regioni in Germania, Spagna, Paesi Bassi Polonia che nell’ultimo decennio hanno visto una drastica riduzione di posti lavoro. Uno studio del 2021 (Commissione europea – Centro comune di ricerca (JRC), Recent trends in EU coal, peat and oil shale regions – “Tendenze recenti nelle regioni dell’UE del carbone, della torba e degli scisti bituminosi”)  aveva chiarito che le chiusure di miniere di carbone sono state il risultato di diversi fattori -produzione di carbone inefficiente e costosa, relativa economicità del carbon fossile importato e crescente volatilità dei prezzi del carbone da coke sui mercati internazionali – e aveva anche stimato un rischio di perdita di posti di lavoro di oltre la metà (circa 86.000) del numero totale in tale settore dopo il 2020.

La transizione energetica comporterà inevitabilmente anche una nuova geografia degli impianti produttivi, in quanto la riconversione di interi settori di produzione del fossile in quella di energie rinnovabili significherà, da un lato, uno spostamento dell’indotto occupazionale in aree con determinate condizioni climatiche che offrano materia prima energetica e flussi rinnovabili (sole, vento, acqua, geotermico, biomasse), e dall’altro lo spopolamento e impoverimento di comunità legate ai vecchi modelli industriali. Senza contare la complessità e gli impatti ambientali legati alla costruzione di nuove infrastrutture di trasporto dell’idrogeno che non potranno di certo coincidere con quelle attuali per il petrolio e il gas naturale.  La questione si estende poi alle nuove tecnologie, vale a dire convertitori e accumulatori dei flussi rinnovabili (pannelli, pale eoliche, batterie, pompe di calore, elettrolizzatori ecc) e alle materie prime necessarie per la loro produzione. A differenza dei combustibili fossili, che richiedono estrazione continua e producono rifiuti (CO2) responsabile della crisi climatica, le risorse minerali energetiche per convertitori e accumulatori si estraggono solo una volta, poi si possono e si debbono riciclare secondo i criteri di economia circolare, dove il rifiuto rientra all’interno del sistema economico.

Nel novembre 2023 l’UE ha raggiunto un accordo provvisorio sul Regolamento europeo sulle materie prime critiche, in quanto si prevede un aumento esponenziale della domanda di terre rare nei prossimi anni; si tratta di materie prime di grande importanza economica per l’UE e fondamentali per la transizione ecologica, con un elevato rischio di perturbazione dell’approvvigionamento a causa dell’attuale concentrazione delle fonti (si pensi al predominio della Cina nell’estrazione e raffinazione dei metalli) e della mancanza di sostituti validi e a prezzi accessibili.  La transizione verde dell’UE richiederà la costituzione di una produzione locale di batterie, pannelli solari, magneti permanenti e altre tecnologie pulite, fondamentali per la revisione dei sistemi energetici e di mobilità dell’UE, in parte trainata dal piano REPowerEU e dal divieto sui motori a combustione interna a partire dal 2035. In particolare, la trasformazione del settore dei trasporti verso la mobilità elettrica impatterà non solo sui singoli stabilimenti, ma anche sulle catene di fornitura e su tutto l’indotto che l’industria ha prodotto dove oggi è maggiormente sviluppata. I veicoli elettrici sono infatti profondamente differenti nella struttura da quelli a combustione termica e numerosi componenti, a cominciare dalle batterie, richiedono l’utilizzo di semiconduttori, la cui produzione è ad oggi concentrata in Asia. L’Europa ricca e densamente popolata ha preferito estrarre minerali altrove, spesso a prezzi molto più bassi; le miniere e le cave sono attività talvolta invasive che impattano sull’ambiente circostante e possono trovare ostilità nella popolazione locale. Attualmente, per alcune materie prime critiche, l’UE dipende esclusivamente da un paese: la Cina fornisce il 100% dell’approvvigionamento di elementi delle terre rare pesanti nell’UE; la Turchia fornisce il 98% dell’approvvigionamento di boro; il Sud Africa fornisce il 71% del fabbisogno di platino. Al fine di ridurre la dipendenza dai paesi terzi per l’accesso alle materie prime critiche, e facendo una previsione della domanda delle stesse per cinque settori strategici dell’UE (energie rinnovabili, mobilità elettrica, industria, tecnologie dell’informazione e della comunicazione e settore aerospaziale e della difesa), l’UE ha fissato i seguenti obiettivi per il 2030:

-almeno il 10% del consumo annuo dell’UE deve provenire da estrazioni all’interno dell’UE;

-almeno il 40% del consumo annuo dell’UE deve provenire da trasformazione all’interno dell’UE;

-almeno il 25% del consumo annuo dell’UE deve provenire da riciclaggio interno;

– non più del 65% del consumo annuo dell’Unione di ciascuna materia prima strategica in qualsiasi fase pertinente della trasformazione può provenire da un unico paese terzo.

In conclusione, l’UE dovrà rivedere i propri ecosistemi industriali e intensificare le misure commerciali per diversificare le catene di approvvigionamento.

La transizione ecologica deve essere giusta ed equa

L’urgenza della crisi climatica e le numerose sfide ambientali impongono di adottare azioni urgenti a favore di un’economia a basse emissioni di carbonio, che dovranno essere coordinate a livello globale e con tempistiche ristrette. Al contempo, si dovranno prevedere misure economiche ed agevolative, anche in collaborazione con il settore privato, per attenuare le ripercussioni sull’occupazione e nella società generate dalla trasformazione in atto. La transizione, insomma, deve essere giusta, secondo un principio già emerso negli anni ’70 e ‘80 nei dibattiti politici e ambientali internazionali sul contrasto ai cambiamenti climatici e poi rafforzato nell’Accordo di Parigi del 2015, nell’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e dall’ ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro). La giusta transizione punta alla creazione di nuove opportunità occupazionali in settori a basse emissioni, anche grazie alla formazione continua per l’acquisizione di nuove competenze; ma, soprattutto, dovrà proteggere i lavoratori che perdono il posto in settori ad alto impatto ambientale attraverso l’assistenza nella ricerca di lavoro e sussidi di disoccupazione.

Gli impegni formali assunti a livello globale nei vari incontri multilaterali su clima (come le COP, le periodiche Conferenze delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) non sono mai stati accompagnati in realtà da misure economiche concrete e vincolanti, soprattutto a sostegno dei paesi maggiormente esposti ai rischi climatici causati dalle emissioni dei paesi industrializzati. Nell’ultima COP 28 di Dubai si è finalmente trovato un accordo per rendere operativo il cosiddetto fondo “Loss&damage“  come risarcimento ai Paesi più poveri e vulnerabili, ma si tratta di impegni minimi (si parla di circa 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, contro una stima di circa 400) e comunque sempre di tipo volontario (i Paesi sviluppati sono “invitati”, ma non “vincolati” a contribuire al fondo).

Il Green Deal europeo, invece, ha previsto nel 2020 un apposito fondo per la transizione giusta, con una dotazione complessiva di 17,5 miliardi di euro per il periodo 2021-2027 destinati alla protezione del lavoro, attraverso programmi di reinserimento lavorativo, formazione, riconversione economica di territori più impattati dalla transizione energetica. Analogamente, l’American Jobs Plan del 2021, prevede di destinare la metà dei fondi previsti per la ripresa economica e la creazione di occupazione negli Stati Uniti, circa mille miliardi, in specifici progetti climatici.

Il Just Transition Fund (JTF)

Il Fondo per la Transizione Giusta è un nuovo strumento finanziario nel quadro della politica di coesione europea, che mira a fornire sostegno ai territori che devono far fronte a gravi sfide socio-economiche derivanti dalla transizione verso la neutralità climatica. Come si legge sul sito dell’Agenzia per la coesione territoriale (https://www.agenziacoesione.gov.it/just-transition-fund/): “…Il Fondo è volto a garantire che il raggiungimento degli ambiziosi obiettivi climatici assunti nell’ambito dell’European Green Deal, finalizzato a rendere l’UE climaticamente neutra entro il 2050, avvenga in modo equo e non lasci indietro nessuno…sostiene le Regioni e i territori mediante sovvenzioni nei settori che sono ritenuti maggiormente sensibili ed esposti alle conseguenze della transizione verso la neutralità climatica, anche a causa della loro connessione e dipendenza dai combustibili fossili tra cui il carbone, la torba e lo scisto bituminoso, e dai processi industriali ad alta intensità di gas a effetto serra. L’accesso al Fondo è assicurato mediante la definizione, da parte degli Stati membri, dei cosiddetti Piani territoriali per una transizione giusta (previsti dall’art. 11 del Regolamento UE 2021/1056), all’interno dei quali devono essere previste tutte le tipologie di intervento necessarie ad affrontare le sfide per la transizione nel breve e nel lungo periodo di un determinato territorio, con un orizzonte temporale al 2030 e con una particolare attenzione alle misure di diversificazione e modernizzazione economica dei territori di interesse, nonché alle misure di riqualificazione professionale e di inclusione attiva dei lavoratori e delle persone in cerca di lavoro…”

La transizione riguarda principalmente le industrie ad alto impatto ambientale, come l’industria dei combustibili fossili, che devono essere immediatamente sostituiti da fonti di energia più pulite e sostenibili. Nell’interessante Relazione speciale sul sostegno dell’UE alle regioni carbonifere in transizione della Corte dei Conti del 2022 (https://op.europa.eu/webpub/eca/special-reports/support-coal-regions-22-2022/it/), è emerso che il sostegno dell’UE  nel periodo 2014-2020 “…ha avuto un accento ed un impatto limitati sulla creazione di posti di lavoro e sulla transizione energetica e che, malgrado i progressi generali, il carbone resta una fonte significativa di emissioni di gas a effetto serra in alcuni Stati membri. La Corte raccomanda misure per l’utilizzo efficace ed efficiente del Fondo per una transizione giusta, nonché per una migliore misurazione e gestione delle emissioni di metano provenienti da miniere chiuse o abbandonate.”

La Commissione europea ha individuato i territori più duramente colpiti dalla transizione verso un’economia climaticamente neutra in ciascun Stato membro. Per l’Italia sono state indicate le aree della Provincia di Taranto e del Sulcis Iglesiente; gli investimenti del JTF per l’Italia sono concentrati, quindi, in queste due aree  mediante la realizzazione di un Programma Nazionale JTF la cui Autorità di Gestione è in capo all’Agenzia per la coesione territoriale. Il Programma destina 367,2 milioni di euro al Sulcis Iglesiente e 795,6 milioni di euro a Taranto.

Altre misure di mitigazione dei costi economici e sociali della transizione

Per contenere l’ulteriore perdita dei posti di lavoro in settori inquinanti dovuta alla concorrenza internazionale, l’UE ha messo in campo la nuova politica doganale per i prodotti intensivi di carbonio provenienti da paesi senza regolamentazione. Con il Regolamento (UE) 2023/956 del Parlamento europeo e del Consiglio del 10 maggio 2023 è stata introdotta una nuova entrata fiscale destinata al bilancio dell’Unione europea basata sul “meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere” (CBAM: “Carbon Border Adjustment Mechanism”). Tale Regolamento rappresenta un elemento essenziale del Green Deal europeo e prevede un tributo ambientale finalizzato a garantire che gli sforzi di riduzione delle emissioni di gas serra in ambito Ue non siano contrastati da un contestuale aumento delle emissioni al di fuori dei suoi confini per le merci prodotte nei Paesi extra UE che vengono importate nell’Unione europea. Nel primo periodo si applicherà solo ad un numero ristretto di merci la cui produzione è caratterizzata da un’alta intensità di carbonio: cemento, prodotti siderurgici, alluminio, fertilizzanti, energia elettrica e idrogeno.

La commissione “Sviluppo delle regioni” del Parlamento europeo ha proposto di recente un nuovo Just Transition Fund, ma dedicato esclusivamente per le regioni che vivono di automotive, così come è stato fatto per le regioni carbonifere.  Visti gli obiettivi climatici ambiziosi come l’abolizione delle automobili con motore a combustione entro il 2035, la Commissione parlamentare ritiene indispensabile fornire alle regioni colpite un sostegno adeguato e anche ricalibrare le politiche di coesione per facilitare l’accesso delle micro, piccole e medie imprese dell’intera catena di valore ai fondi strutturali e di investimento europei.

Anche il settore agricolo è fortemente impattato dalla transizione energetica: si prevede l’incremento della produzione di biocarburanti, la sostituzione delle proteine animali con surrogati vegetali, l’aumento della produttività tramite nuove applicazioni tecnologiche. Tutto questo comporterà la riduzione e modifica della forza lavoro agricola, prevalentemente localizzata nei paesi in via di sviluppo e richiederà politiche sociali per ammortizzare i costi economici della transizione ecologica. Le proteste degli agricoltori in corso in queste settimane devono tenere conto di una serie di interventi già previsti: già a settembre 2023, la presidente Von der Leyen aveva annunciato il lancio dello “ Strategic Dialogue on the Future of Agriculture in the EU” per discutere con gli agricoltori, ma anche con l’intera filiera, le sfide del mondo agricolo e alimentare. Dall’annuncio fatto in data 31/01/2023, la Commissione Europea ha proposto di derogare alla regola di destinare il 4% della Superficie Agricola Utilizzata (Sau) aziendale a terreni incolti (https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_24_582). Va precisato che il settore agricolo, che incide circa per l’11% delle emissioni di gas serra dell’Ue, è il primo a pagare il prezzo degli eventi meteorologici estremi dovuti ai cambiamenti climatici, che negli ultimi anni hanno influenzato sempre più la produzione. Tanti agricoltori sono costretti a cambiare le colture a causa di periodi prolungati di siccità, mentre altri, che vorrebbero preservare quelle tradizionali, reclamano nuovi bacini e infrastrutture di raccolta dell’acqua a cui i governi non sempre danno la giusta priorità.

E’ evidente che la transizione giusta è l’unica strada per ottenere il consenso e la collaborazione necessari per affrontare efficacemente la sfida globale della transizione ecologica e il cammino verso un futuro sostenibile. E’ fondamentale che ciò avvenga con il coinvolgimento delle comunità, con politiche di inclusione sociale, accesso a servizi pubblici e altre iniziative per ridurre le disparità economiche.  Altrimenti il rischio è di generare resistenze, tensioni sociali e chiusura nei confronti di un percorso di cambiamento che è fondamentale e quanto mai prioritario per la nostra sopravvivenza.

Lo stato dell’arte dell’economia circolare in Italia

A fine Novembre è stato pubblicato il “Circular Economy Report 2023” a cura dell’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano. I dati ci dicono che, nel corso dell’ultimo anno, l’Italia ha risparmiato 1,2 miliardi di euro grazie all’implementazione di strategie legate all’Economia circolare, con un contributo predominante del settore delle costruzioni (57%). Tuttavia, con un totale accumulato di 15,6 miliardi, siamo ancora lontani dall’obiettivo di 103 miliardi fissato per il 2030, traguardo che richiederebbe un risparmio annuo di circa 11 miliardi, circa dieci volte quello che è stato ottenuto nel 2023. Se si guarda alla complessità dei 10 indicatori statistici individuati dall’European Circular Economy Monitoring Framework, l’Italia risulta essere tra i Paesi con le più alte performance tra le principali economie europee, mentre in relazione alle misure riferite alla sola “circolarità” (material footprint, produttività delle risorse, tasso di utilizzo delle materie provenienti da riciclo) la situazione è più critica. «La strategia nazionale sull’economia circolare – pur ben definita nei contenuti – arranca nella realizzazione, con un generale ritardo sul cronoprogramma del 2023 che va a sommarsi a quelli del 2022, anche a causa delle difficoltà nello sbloccare le procedure autorizzative necessarie per connettere settori diversi e avviare al riuso le materie prime seconde».

Dal report risulta come l’Italia sia penultima tra i principali Paesi europei per quanto riguarda gli investimenti privati in Economia circolare e, purtroppo, una resistenza al cambiamento delle piccole imprese che non intendono investire in questa direzione anche a causa del peggioramento del contesto economico e dell’incertezza (dal 38% del 2022 si è passati al 47% del 2023). La transizione verso l’economia circolare per il 70% delle imprese è ancora ai primi passi e si concentra soprattutto sulla valorizzazione del fine vita dei prodotti traendo materie prime seconde dagli scarti, a scapito delle pratiche incentrate su design ed estensione dell’utilizzo. Il livello degli investimenti privati è ancora troppo basso, in più della metà dei casi inferiore ai 50.000 euro, riguardanti interventi semplici e non strutturali su processi e prodotti. Gli ostacoli riguardano gli elevati costi di investimento, i tempi di rientro lunghi, e l’incertezza legata alla normativa e agli incentivi. Emergono, inoltre, disomogeneità non solo a livello dimensionale, ma anche tra i diversi settori: quelli del Building & Construction e dell’Impiantistica Industriale registrano i livelli più elevati di adozione di pratiche circolari. Come nota positiva, va rilevato che l’Italia è seconda in Europa per numero totale di brevetti relativi all’Economia circolare e sono 210 le startup circolari che hanno raccolto 122,7 milioni di euro di finanziamenti. Metà di queste startup circolari è concentrata in 4 settori economici: Agroalimentare, Tessile, Energia e Gestione rifiuti.

Il Regolamento Ecodesign porterà sicuramente ad un’accelerazione degli investimenti e dell’adozione di pratiche circolari da parte delle imprese in quanto sarà un cambiamento epocale per il sistema industriale, per l’ambiente e per i consumatori”, così Marco Capellini, che al contempo sottolinea come i produttori e le attività commerciali, soprattutto le PMI, dovranno essere sostenute soprattutto nella fase iniziale del processo di transizione. Per stimolare il dialogo e la cooperazione tra gli stakeholder, evidenziare ostacoli e barriere legislative, identificare e condividere buone pratiche tra imprese e istituzioni, dal 2017 è a disposizione la piattaforma ECESP (European Circular Economy Stakeholder Platform), creata dal Comitato Economico e Sociale Europeo  (CESE) e la Commissione europea. Sul modello europeo,  anche in Italia è nata nel 2018   ICESP (Italian Circular Economy Stakeholder Platform),  una piattaforma  per creare sinergie tra i settori della ricerca, dell’industria, delle istituzioni pubbliche e della società civile e mettere a sistema le diverse iniziative circolari attive in Italia.

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